Recensioni

Reinterpretare il passato ha senso quando c’è dialettica vera. Quando l’incontro tra generazioni porta qualcosa di suo nella tradizione – non la replica soltanto, e diventa per questo tradizione, una sorta di collante temporale che trasmette il senso di una storia e di un’identità, personale e collettiva. Quando insomma nel tributo si innesta uno scambio autentico. Scambio emozionale, creativo, umano – come qui, dove i ricordi intimi si intrecciano con un discorso musicale che ne tocca e sottintende mille altri.
L’incontro di cui parliamo è quello tra Raiz, voce di una Napoli contemporanea di fine millennio e oltre – di una città che multietnica lo è già per la sua peculiare vocazione canora mediterranea (ne parlavamo tempo fa proprio con lui in questa intervista), ma che lo diventa ancora di più aprendosi ai suoni provenienti da Brixton, da Londra o da Bristol –, e Sergio Bruni, straordinario interprete della canzone napoletana nel secondo Novecento, la “voce di Napoli” dei decenni dopo la guerra, per popolarità ma anche per un – diremmo oggi – endorsement d’autore come fu quello di Eduardo de Filippo («Dicono che tu sei la voce di Napoli, ma dicono pure che Napoli sono io. Allora tu sei la voce mia»).
Un incontro che non è di oggi, e nemmeno di ieri o dell’altro ieri (da anni Raiz canta pezzi di Bruni), ma di un bel po’ di tempo fa: risale agli anni settanta, quando Gennaro, classe 1967 e non ancora Raiz, assorbiva quella musica e quella voce in una colonna sonora “domestica”, nella casa dei Quartieri Spagnoli – dove a metà anni ’90 sarebbero passati come ospiti i Massive Attack ma allora nei pranzi di famiglia si ascoltavano i dischi di Sergio Bruni. Un legame inconscio, come ci ha raccontato lo stesso Raiz, venuto a galla con l’esperienza, la maturità e la voglia di ricostruire un percorso fino alle sue radici: lì Raiz ha incontrato di nuovo l’autore di Carmela e ha scoperto, sue testuali parole, che Bruni aveva sempre cantato dentro di lui.
Parliamo di un’eredità fatta – più ancora che di particolari melismi e arabeschi vocali e di una certa impostazione (al netto della differenza, forte, di timbri e stili) – di espressività, di emozioni, oltre che di un retaggio identitario di lingua e cultura. Interessante è come Raiz abbia scelto di omaggiare il Bruni (cant)autore e non l’interprete del grande canzoniere classico di Napoli, con una preferenza particolare per i brani composti musicando versi di Salvatore Palomba. E come abbia voluto non modernizzarlo ma semmai sottolinearne la modernità con arrangiamenti misurati – come del resto è la sua stessa interpretazione. Arrangiamenti fatti con chitarre acustiche, fisarmonica, contrabbasso e percussioni. Che tolgono anche un po’ di enfasi agli originali, come succede per Napule doceamara – più squillante e carica nei toni vocali e strumentali da versione di Bruni, mentre qui ha il ritmo di una danza malinconica, che però fa risaltare ugualmente la sonora bellezza della melodia e delle parole – o la stessa Carmela, più pacata forse, e non meno intensa di una versione originale più grave e “lirica”; ma lo fanno per catturare ancora meglio echi e suggestioni implicite, con un orecchio sensibile e attento alle assonanze tra l’indiscutibile napoletanità e le musiche del mondo, al legame quasi immediato che si percepisce tra la canzone partenopea e il fado portoghese, ad esempio, o un’affinità con il tango argentino, a cui si ispira il ritmo di ’A fata d’’e suonne.
È doveroso allora citare i Radicanto di Giuseppe de Trizio, che accompagnano Raiz e fanno sentire tutto il senso della loro ricerca sonora, votata agli incontri tra le musiche tradizionali di tutti i sud del mondo riviste in chiave autoriale, e della loro stessa collaborazione con una delle voci più profonde e particolari del panorama musicale italiano. Il filo dei sentimenti che Raiz vorrebbe riannodare e unisce queste dieci canzoni – di cui Napoli è assoluta protagonista, con le sue mille ferite e le sue tante facce, dai toni struggenti di Carmela all’immagine spassosa e un po’ oleografica di Palcoscenico – è un folk mediterraneo in cui il tempo e la geografia sembrano, più che cristallizzarsi, sfumare tra loro come immagini in dissolvenza di uno di quei bei film in bianco e nero. Che sembrano antichi ma sono in realtà modernissimi – o forse il contrario, o meglio ancora riescono a essere indistintamente entrambe le cose.
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