Cantare la voce di Napoli. Intervista a Raiz
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Tommaso Iannini
- 13 Aprile 2023
L’ultima volta che avevamo parlato con Gennaro della Volpe, in arte Raiz, era stato nel 2022 in occasione dell’uscita di Senghe degli Almamegretta. Il suo progetto di un tributo a Sergio Bruni, storica voce della musica popolare napoletana del secondo Novecento, era non solo nell’aria ma già entrato nel vivo: proprio qui a Milano lo avevamo visto esibirsi con i Radicanto cantando i brani del maestro. Oltre che interprete moderno della grande tradizione melodica napoletana – con un repertorio vastissimo che arrivava a ritroso addirittura al 1500 –, Bruni è stato un compositore ed è in questa veste autoriale che Gennaro/Raiz ha voluto omaggiarlo.
Si ll’ammore è ’o ccuntrario d’’a morte (di cui potete leggere la recensione) contiene dieci canzoni scelte tra quelle che Sergio Bruni ha cantato e composto dagli anni ’50 ai primissimi anni ’80, nella maggior parte dei casi su versi di Salvatore Palomba, poeta e paroliere che in questa storia ha un ruolo importante, visto che ha fatto da tramite tra quella Napoli e quella degli Almamegretta (sono sue anche le parole di Pe’ dint’ ‘e viche addò nun trase ‘o mare, brano di quel capolavoro che è Sanacore) e ha incoraggiato lui stesso l’idea di Raiz di farsi interprete di una voce di Napoli per eccellenza – lui che è una voce e potremmo dire ormai anche un volto simbolo della città – accettando di dichiararsi implicitamente suo erede oltre che ammiratore.
Bruni, dice Raiz (ma a questo punto dovremmo dire più correttamente Gennaro, e il perché lo capirete leggendo l’intervista), aveva sempre cantato in lui e tanto più ora che a un lascito quasi inconscio è subentrata la consapevolezza che portano gli anni di esperienza, di impegno, di conoscenza. Il tributo a Bruni da parte di uno dei più singolari interpreti-autori della musica contemporanea napoletana – e italiana, ovviamente – è qualcosa che va al di là di Bruni stesso. Qualcosa ha a che fare con il riconoscimento delle proprie radici e con un discorso identitario che tocca diversi piani – collettivo, individuale, affettivo, stilistico e storico. Con il cantare una voce della propria identità, e la propria voce.
La nostra chiacchierata informale sul disco appena uscito spazia del resto da una storia assolutamente personale – e affettiva, legata ai ricordi familiari e d’infanzia – che sta alla base di tutto e spiega anche l’importanza di questo progetto per il suo creatore, alle considerazioni sull’evoluzione recente di Napoli e del napoletano (chiamato da Rino lingua e non “dialetto”, particolare a cui fare attenzione) nonché sull’anima musicale della città stessa – di cui Bruni e Raiz sono le voci in due epoche diverse e nei meandri della cui espressività troviamo l’entroterra rurale dell’uno e il mediterraneo indubb dell’altro come uno dei tanti e continui incroci tra una terra e un mare che portano nel cuore della tradizione napoletana i loro echi di musiche altre, dai più tradizionali ai più esotici. Ci spiega tutto il nostro interlocutore riannodando il filo di sentimenti che solo in apparenza appartengono al passato.
Raccontaci che cosa ti ha spinto a intraprendere il progetto di questo tributo a Sergio Bruni
Sergio Bruni rappresenta il background sonoro della mia infanzia e della mia prima adolescenza. Era la musica che si ascoltava durante i pranzi familiari nel quartiere di origine di mia madre, i Quartieri Spagnoli a Napoli, e che mi ha accompagnato per molto tempo: però ne sono stato un fruitore passivo perché sì, la ascoltavo però forse non la ascoltavo nemmeno, la subivo, non nel senso negativo, ma proprio in quello etimologico del termine. La musica che mi sono messo ad ascoltare e a fare crescendo era diversa: blues, soul, rock, reggae, soprattutto musica afroamericana – ma sempre e comunque contaminata con la musica napoletana.
Musica napoletana che io credevo di non conoscere: poi, quando per una specie di dovere quasi religioso ho sentito il desiderio di tornare alle origini, di scrivere un po’ il “prequel” degli Almamegretta, lì ho trovato Sergio Bruni, e finalmente ho ascoltato la sua musica da ascoltatore attivo. Ed è lì che ho capito quanto lui mi aveva formato, una cosa di cui ero inconsapevole fino a quel momento. Ho capito che è stato lui il grande maestro di tutto quello che ho fatto con la voce: quelle cose che mi sembravano innate e scritte nella genetica, nel mio DNA, le sapevo fare perché avevo ascoltato per tutti quegli anni Sergio Bruni e la musica classica napoletana, esattamente come so parlare la lingua [napoletana, NdSA] per la famiglia da cui vengo e per il mio background.
Nel fare questo tributo ho anche riscoperto tutta una serie di cose, mi sono sentito un po’ come nel romanzo Profumo in cui c’è un’essenza che riporta il protagonista a tutti i periodi della sua infanzia. È stata una cosa molto emozionante.

È questo che intendevi allora quando hai detto che Sergio Bruni “ha sempre cantato in te”
Sì. Avendolo ascoltato così, passivamente, lui ha continuato a cantare dentro di me per tutti questi anni. Quando mi sono avvicinato alle musiche dell’altro lato del Mediterraneo, che ho studiato in maniera rigorosa – ricordo un maestro di origine marocchina che mi ha insegnato tantissime cose sulla musica araba – e che riproducevo bene perché quel mio modo di cantare era frutto di studio, pure allora Sergio Bruni mi appariva nel suono della voce.
Perché la contiguità tra la musica napoletana e quella del Nord del Mediterraneo è forte, e in quelle loro somiglianze c’era sempre Sergio Bruni. Lui è stato un cantante napoletano sui generis, non era un cantante intra moenia, veniva dalla provincia: la musica napoletana cittadina è un po’ addomesticata, sempre un po’ allisciata e confezionata dagli studi di conservatorio, mentre la voce e l’esposizione di Sergio Bruni avevano, non so quanto consapevolmente o inconsapevolmente, qualcosa di rurale, di antico, paragonabile alle altre musiche del Mediterraneo meno… mi viene da usare un termine inglese polished… diciamo meno confezionate, ecco.
Proprio perché magari chi ci legge può non conoscere così bene la tradizione napoletana (e anch’io sono tutt’altro che un esperto in materia), ti posso chiedere di tracciare un breve profilo della figura di Sergio Bruni e raccontarci che cosa rappresenta per Napoli? Nella nostra intervista di un anno fa lo avevi definito l’ultimo grande cantante “classico” napoletano
Sergio Bruni era un cantante moderno che si rifaceva alla tradizione: per intenderci, il suo più grande successo, quello che resta nella storia, Carmela, lo ha scritto nel 1976, lo stesso anno in cui Pino Daniele scriveva Terra mia. Ed è stato l’ultimo cantante che ha fatto andare d’accordo tutta la collettività: i napoletani di qualunque estrazione sociale erano d’accordo sul fatto che Sergio Bruni fosse la voce di Napoli.
Così lo aveva definito Eduardo. Certo era un’epoca diversa in cui la città aveva molta più autonomia culturale: c’era il Festival di Napoli, che era un po’ il nostro Sanremo, spesso vinto proprio da Sergio Bruni. Se ti ricordi il film Operazione San Gennaro, la scena della rapina del tesoro avviene durante il festival di Napoli, quando tutti sono distratti dalla kermesse, e quel festival lo vince Sergio Bruni. Lui rappresentava proprio questa unità. Poi qualcosa si è rotto. Ma questo ha cominciato ad accadere dal dopoguerra, quando la collina di Posillipo è stata colonizzata dalla borghesia che ha lasciato il centro storico e si è staccata dal resto della collettività: prima Napoli non era divisa in quartieri ma in piani, nello stesso quartiere vivevano gli aristocratici, i borghesi, i poveri e i sottoproletari – la differenza la facevano l’altezza, i piani di scale, ma non c’era distanza.
Poi la borghesia ha lasciato il centro – la vera Napoli, il suo cuore pulsante – e si è stabilita nei sobborghi, ha abbandonato la lingua, e da lì la città si è spaccata. La lingua napoletana è rimasta appannaggio dei poveri ed è cambiata, è diventata più aspra, fatta di cose povere perché così è chi la parla, persone magari costrette a vivere di espedienti: il napoletano è diventato quello che conosciamo oggi, un’espressione che ai più in Italia sembra qualcosa di molto rude (così come del resto chi lo parla, se non cattivo, agli occhi degli “altri” appare molto ignorante), perché appartiene solo agli strati sociali più poveri dopo che la borghesia l’ha mollata. Prima c’era anche un napoletano borghese, persino aristocratico; non mi ricordo più quale comico faceva la macchietta del baroncino che parlava napoletano – con un accento molto particolare e con termini più ricercati, ma un aristocratico che parlava comunque la lingua della città.
Dopo Bruni si rompe un po’ questa unità musicale e Napoli inizia a esprimere altro, il fenomeno del pop neomelodico, il rock, la musica alternativa… Che hanno portato anche a cose molto belle, intendiamoci, anche se per me Bruni rimane l’ultimo musicista che rappresenta un’unita. Rotta quella sono successe tante cose, alcune belle, alcune brutte, ma si è perso comunque un grande patrimonio emozionale. Si potrebbe ripartire da lui per scrivere canzoni nuove – moderne, certo, perché il mondo di Bruni non c’è più, appartiene ormai al passato – e riprendere quel filo delle emozioni che si è un po’ interrotto.
Fatti salvi alcuni cantautori di nicchia, la maggioranza in città oggi ascolta questo hip-hop molto duro, molto cinico, che parla sempre delle stesse cose: droga, criminalità… Non c’è più la visione del cambiamento, e trovo che si sia perso molto. Cerchio anch’io a modo mio di ripartire da Bruni: non ho un progetto, ho fatto il disco perché volevo farlo, perché la mia anima mi diceva fondamentalmente di farlo e di farlo per me stesso, ma se posso essere il tramite per fare scoprire la sua musica a chi non l’avrebbe mai ascoltata per distanza geografica e culturale, ben venga insomma…

Se non sbaglio lo stesso Salvatore Palomba ti ha incoraggiato a fare questo tributo
Ho la fortuna l’onore di essere suo amico e lui mi ha aiutato tantissimo. Se ti ricordi, aveva scritto un testo degli Almamegretta, Pe’ dint’’e viche addò nun trase ‘o mare, o meglio aveva scritto questa poesia che noi abbiamo messo in musica. Il mio rapporto con Salvatore Palomba nasce in quegli anni. Lui ci aveva notato perché è stato sempre attentissimo alle espressioni culturali della città, e ci aveva invitato a un convegno all’università con Roberto De Simone.
A quel convegno ho conosciuto anche Sergio Bruni (forse conosciuto è un parolone, diciamo che l’ho incontrato e gli ho stretto la mano). Poi con Salvatore il rapporto è andato avanti negli anni e ho quando mi è venuta questa idea di fare un disco tributo a Sergio Bruni ho voluto parlarne con lui. Quando gli ho chiesto cosa ne pensava lui mi ha detto: «Puoi farlo, perché sei l’ultima voce napoletana di un certo tipo: una voce senza tempo; potresti essere nato molto prima di quando sei nato, quando canti in napoletano porti qualcosa… si sente che appartieni a questo territorio, a questo patrimonio musicale. Insomma, fallo».
Lui mi ha dato una mano, e mi ha aiutato a scegliere il repertorio. Ho scelto innanzitutto di cantare il Bruni autore, e non il Bruni interprete – non avrebbe avuto senso, altri lo hanno fatto e lo hanno molto bene, penso al disco di Nino d’Angelo [D’Angelo canta Bruni, del 2008, NdSA] che però è un tributo alla voce e al personaggio di Sergio Bruni. Io volevo invece fare un tributo al Bruni autore che ha scritto le melodie e la musica di queste dieci canzoni molto belle, molte delle quali su testi di Salvatore Palomba. I versi di Salvatore hanno dato a quelle canzoni molto del loro carattere. Bruni & Palomba per me sono un duo insuperabile, come Battisti-Mogol. Poi ci sono anche episodi più pop e oleografici come ‘A fata d”e suonne o Palcoscenico.
Mi sono molto divertito, certo, è stato un lavoro molto emozionante e ritornare su certe cose mi ha scosso tanto a livello emotivo, non è stato facile. In studio mi ricordo che non riuscivo a cantare bene perché mi emozionavo troppo. Poi una volta che sono riuscito a cantare un pezzo come volevo fino in fondo li ho fatti tutti e dieci in un’unica session e in quattro ore sono uscito dallo studio con l’album praticamente fatto.
La scelta degli arrangiamenti è stata rispettosa sì ma molto particolare – vedo in organico chitarre portoghesi, percussioni nordafricane, e non solo…
Con i Radicanto, e in particolare con Giuseppe De Trizio, che è il loro chitarrista e “capobanda” abbiamo riletto tutti i pezzi in maniera fedele – ci siamo mantenuti fedeli alla scrittura e anche all’atmosfera napoletana –, però laddove abbiamo intuito che già nelle canzoni originali c’era qualcosa che già andava verso il fado, il tango o una musica più mediterranea, lì abbiamo un po’ premuto sull’acceleratore; era anche un modo per dimostrare che Bruni era un cantante molto moderno, che rientrava nel novero dei classici sì ma sapeva essere contemporaneo.
Lui ascoltava allora già molta musica latinoamericana, ricordo di aver visto un filmato degli anni sessanta in cui cantava ‘A fata d’’e suonne col panama bianco e l’orchestra della RAI che suonava in stile latinoamericano: la voce era napoletana, era una melodia napoletana, però con quest’atmosfera strumentale sudamericana. Questa idea inconsciamente è anche la radice di un progetto più strano come gli Almamegretta: la voce napoletana al centro e intorno tutto il resto del mondo che lavora insieme o perlomeno ci prova. Queste cose nei pezzi di Bruni si sentono e dove le abbiamo sentite noi le abbiamo accentuate nelle nostre versioni.
Che lle conto? ci ha dato subito l’impressione di essere un tango e così l’abbiamo fatta. Abbiamo spinto un po’ di più su questo pedale ma in fondo possiamo chiederci se è nato prima l’uovo o la gallina: penso a Piazzolla, lui era italiano e scriveva come un italiano, la sua anima era italiana, la sua scrittura era italiana, veniva dalla Puglia, condivideva un tipo di immaginario culturale che è anche vicino alla tradizione napoletana. E allora chi lo sa, era Bruni che faceva un po’ il verso a Piazzolla, o Piazzolla che era italiano e suonava come un napoletano, non lo so… Noi abbiamo risolto tutto così, in uno stile che ci è pure molto familiare.
Certo, con i Radicanto la nostra sperimentazione mediterranea è molto più ardita, molto più velleitaria, ci inventiamo cose, la nostra l’abbiamo battezzata “musica mediterranea immaginaria”, perché non viene da un luogo ben preciso se non dallo studio dove lavoriamo. Anche facendo Bruni e pur rispettando la lettera, abbiamo dato qualche spruzzatina qua e là dove sentivamo che c’era l’aria giusta

State portando e porterete immagino questo lavoro anche dal vivo
Saremo in giro, speriamo di fare belle cose. Abbiamo una formazione acustica con contrabbasso, percussioni, chitarra, chitarra portoghese, fisarmonica e voce. Una piccola orchestra con cui andremo a suonare un po’ ovunque.
Avevo visto una vostra esibizione a Milano l’anno scorso, sarete più o meno gli stessi…
Più o meno, due chitarristi e le percussioni, con l’aggiunta però della fisarmonica e del contrabbasso.
Ti chiedo l’ultima cosa riguardo agli altri tuoi progetti artistici: mi ricordo che parlavi di un libro, mentre la tua carriera di attore prosegue tra tv e cinema, dove ti abbiamo appena visto in Mixed by Erry di Sydney Sibilia
In Mixed by Erry ho una piccola parte, anche se significativa per la storia del protagonista. Sto scrivendo, sì, però sono un po’ fermo perché il mio lavoro di attore mi ha preso tanto. Mare fuori sta andando molto bene, faccio un personaggio importante e il lavoro sulla serie mi ha occupato tutto quest’ultimo anno, ho anche scritto dei pezzi della colonna sonora.
Ho sempre in mente quella storia che sto sviluppando, ma quando questo libro uscirà non ne ho idea. Per quanto riguarda invece il mio percorso di attore, recitare mi è sempre piaciuto, all’inizio volevo fare l’attore o il cantante, o tutt’e due le cose; mi è andata bene come cantante e ho preso questa direzione, ma anche quando mi sono dedicato alla musica a tempo pieno ho messo sempre in scena dei personaggi.
Lo stesso Raiz è un personaggio che ho portato sul palcoscenico per tanti anni: io sono Gennaro della Volpe. Immagina di interpretare un personaggio in un film o in una serie; il personaggio ha molto di te ma non è te fino in fondo: Raiz è me fino a un certo punto; Raiz non parla l’italiano, lo fa pochissimo, anzi, quasi mai, e si comporta in questo modo irruento che un po’ fa parte anche di me, ma io ho anche tanti altri modi di essere che non sono i suoi…
Sembra un po’ schizofrenico quello che dico: in realtà non lo è perché inconsciamente l’urgenza di recitare mi ha fatto mettere in scena un personaggio. Vale anche per quello che ho fatto e farò con il repertorio di Sergio Bruni: dal vivo cercherò di ricreare l’atmosfera di una Napoli che non c’è, quella Napoli degli anni ‘60 e ‘70 che è stata l’humus culturale in cui era cresciuto Sergio quando ha scritto queste canzoni.
Il mio atteggiamento sul palco sarà quello che io immagino debba essere l’atteggiamento di un cantante degli anni ’60-70. Ancora una volta sto interpretando un personaggio che un po’ sono io, un po’ il cantante a cui faccio riferimento, e mi ricreo quella bolla che piace moltissimo agli attori, che come si dice hanno tutti un grande difetto di personalità e quindi si vogliono mettere nei panni di qualcun altro. L’ho sempre fatto e lo farò anche questa volta.
