Figlio è pure chi non ti somiglia. Intervista agli Almamegretta
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Tommaso Iannini
- 5 Luglio 2022
«E nun è figlio sulo chi t’è figlio. È figlio pure chi nun t’assumiglia. È figlio e chi se o piglia… E chi o sente». L’italiano del titolo che abbiamo scelto non ha la stessa musicalità dell’originale napoletano, ma il concetto è chiaro: le frasi del ritornello di Figlio, il brano che gli Almemegretta hanno scelto per anticipare il loro album Senghe, sembrano ritornare come un tema costante, come un motivo conduttore, anzi, un riddim di fondo che accompagna tutta la nostra chiacchierata con Gennaro Della Volpe in arte Raiz, voce storica del gruppo napoletano.
Si parla idealmente di figli a proposito dei musicisti più giovani: quelli cresciuti con la musica degli Almamegretta a cui ora danno un proprio feedback collaborando con la band, e quindi Paolo Baldini, classe 1975, che di Senghe è il produttore (ed è anche ufficialmente il nuovo bassista del gruppo), o Danilo Turco (aka Danjlo), giovane e versatile talento della nuova scena napoletana che ha firmato tre pezzi, Figlio, Senghe e Sulo, ma pure quei rapper un po’ troppo appiattiti su certi immaginari trappeschi – o addirittura gomorreschi – che invece Raiz ama redarguire bonariamente prendendo ad esempio un lavoro di caratura nobile come l’ultimo album di Kendrick Lamar. Si parla però di figli anche toccando altri temi della nostra discussione, come il testo di uno dei nuovi brani, Homo transient.
Se Abramo, patriarca delle tre grandi religioni, è visto come un’anima migrante dell’antichità, nel “padre di molti”, capostipite di tre civiltà, si riflette il dramma dei suoi figli di oggi in un Mediterraneo che in musica è una sorta di fluido artistico che lega tradizioni diverse in uno scambio emozionante (anche di questo abbiamo avuto modo di parlare con Raiz), ma nella realtà è anche un luogo di tragedia senza fine. Ovviamente il tema dei migranti, con tutto il suo impatto, è un argomento che è sempre stato centrale nella poetica degli Almamegretta, nell’arco di una carriera ormai più che trentennale. Di figli si torna a parlare anche quando si discute di un altro tema di stretta attualità come quello dell’ambiente e dell’ecologia, anche questo un richiamo che ritorna in più parti del nuovo disco della formazione partenopea.
Il Raiz di oggi non è solo uno dei cantanti più originali degli ultimi trent’anni di musica italiana. Ad accoglierci al telefono, gentile e affabile, è un artista sempre più impegnato e sempre più poliedrico: oltre al lavoro con gli Almamegretta, ha da poco terminato un album (di prossima uscita) dedicato a Sergio Bruni, figura storica della musica napoletana, ha pubblicato l’anno scorso per Mondadori la sua prima raccolta di racconti, Il bacio di Brianna, e continua una carriera parallela di attore che lo sta portando a essere un volto familiare anche al cinema e in tv. Un artista che, con il suo bagaglio di esperienze e la sua cultura personale, rappresenta qualcuno di davvero unico nel nostro panorama, come dimostra l’intervista a tutto campo che ci concede. Quest’ultimo aspetto soprattutto è qualcosa di lampante, e basta veramente poco per accorgersene parlando con lui.
La prima grande novità di Senghe riguarda il vostro organico, ed è l’ingresso nel gruppo di Paolo Baldini. Come è nata questa vostra collaborazione?
La collaborazione tra di noi nasce da un’amicizia e da una frequentazione precedente. Ci conoscevamo già, c’era stima reciproca: Paolo, ed è una cosa che dice sempre, ha cominciato a suonare il basso proprio grazie agli Almamegretta. C’era già questa vicinanza ideale: lui è più giovane di me di dieci anni, appartiene alla generazione dei fan più giovani che avevamo quando abbiamo cominciato. Negli anni ci siamo sempre abbastanza frequentati e ci siamo riproposti di lavorare insieme anche se poi non era ancora mai successo. Paolo poi ha fatto tantissime cose, si è affermato come solista, con il progetto DubFiles, è diventato famoso anche come produttore e come dubmaster – diventando uno specialista di questa disciplina. A un certo punto ci siamo visti sul palco di un festival e abbiamo cominciato a fare delle cose insieme. All’inizio si parlava solo di creare alcuni pezzi, poi soltanto di un lavoro sul sound – doveva essere una cosa molto sperimentale – e alla fine scrivendo e scrivendo sono venute fuori le canzoni che abbiamo trasformato appunto nel nuovo album degli Almamegretta. Paolo si è trovato talmente dentro la nostra storia che praticamente è diventato uno di noi e suonerà il basso dal vivo quando faremo i concerti.
Che effetto vi fa essere un punto di riferimento per i musicisti più giovani?
È una bella cosa. C’è anche una responsabilità quasi “genitoriale” perché comunque devi lasciare una traccia… Una traccia bella che abbiamo già lasciato secondo me è l’idea che si debba esplorare il suono, e soprattutto fare quello che si vuole, farsi portare dalla propria creatività senza obbedire troppo a logiche… mi viene da dire “di mercato”, anche se sembra una cosa retorica, in fondo tutti noi andiamo dietro al mercato perché vendiamo la nostra musica. Diciamo allora, meglio, il cercare un balance tra il fatto di vendere la musica e farla perché ti piace, facendo vincere sempre alla fine le cose che ti piacciono.
Mi parli anche un po’ di Danilo Turco, che non fa parte del gruppo ma ha suonato nell’album e ha scritto anche tre canzoni?
Se prima ti dicevo che Paolo ha dieci anni meno di me, addirittura Danilo ne ha venti di meno. È un altro musicista di un’altra generazione, ancora posteriore, che è cresciuto con il nostro sound e ci restituisce delle cose… I pezzi che aveva scritto erano già delle canzoni perfette per il disco di Almamegretta. Non solo, Danilo è un bravissimo performer ed è anche un regista, infatti si è occupato lui della regia del videoclip di Figlio, che ha anche vinto un piccolo premio, a un festival di corti a cui lo abbiamo mandato… Insomma, succedono ancora tante cose intorno al nome di Almamegretta, che ci fanno davvero piacere, e addirittura siamo quasi stupiti che accada ancora tutto questo dopo trent’anni.
Ci racconti come è nato il nuovo album?
È nato dalla collaborazione tra noi e Paolo. Ci sono molti pezzi in linea con la nostra comune passione per il dub e il reggae ma anche altri come Ben Adam, che sono più allusivi alla scena dance inglese degli anni ’90, alla quale abbiamo attinto molto e alla quale questo nuovo album fa molto riferimento come suono, in particolare al dub techno inglese di quel periodo.
Ti volevo chiedere di un pezzo, Homo transient, in cui canti in ebraico un versetto del Deuteronomio (26,5). Mi chiedevo – anche dopo avere letto sui social alcuni tuoi pensieri – se l’incontro con l’ebraismo, oltre al discorso personale che riguarda la fede, sia stato anche un incontro con una tradizione musicale…
Sì, certo. L’incontro con la cultura ebraica ha significato anche un incontro con la musica, perché la preghiera si lega al canto, anche se poi ogni comunità ha una sua tradizione, la sua cantillazione particolare, la sua tendenza musicale particolare. Se ascolti gli ebrei del Nordafrica ti accorgerai che sono cresciuti in mezzo alla musica araba, in Russia o in Polonia tendono di più verso la musica centroeuropea o quella balcanica… Addirittura se tu senti cantare la Bibbia agli ebrei romani ti sembrerà quasi, per certi versi, di ascoltare uno stornello… Questo perché tutte le diverse comunità ebraiche sparse per il mondo nel canto liturgico risentono anche delle tradizioni locali. Trovo che questa sia una grande ricchezza, che infatti a mia volta ho esplorato e ho fatto mia. In Homo transient improvviso, ci metto il mio: Paolo mi aveva proposto un campione di musica africana registrata in Africa, nel villaggio di cui è originaria sua moglie, in Senegal, e usando quel sample siamo riusciti a dare più respiro al pezzo e allargarne ancora un po’ l’orizzonte.
Homo transient cita un passo in cui parla Abramo, ma il pensiero – conoscendo anche la vostra storia – non può non correre ai migranti di oggi…
È Abramo che dice: «אֲרַמִּי אֹבֵד אָבִי, וַיֵּרֶד מִצְרַיְמָה ויהי שָׁם לְגוֹי גָּדוֹל (Mio padre era un pastore arameo, scese in Egitto e diventò lì un popolo numeroso)». Abramo era della città di Ur, che sarebbe nell’attuale Iraq, in piena Babilonia, e lui, figlio di un pastore errante arameo, è sceso in Egitto e ha fatto un grande popolo. Questo suo cambiare paese, in cerca della propria fortuna e della propria felicità – e ognuno ha il diritto alla ricerca della propria felicità – li ho traslati a modo mio e sono diventati un pretesto per parlare delle grandi migrazioni…Nel testo dico molte cose: «Io arriverò e vi porterò i miei figli perché Dio vuole che il vuoto di carne venga riempito da qualcun altro…» [è una parafrasi del testo in napoletano come gli altri virgolettati che seguono, NdSA]. È una chiara allusione alla nostra demografia “povera” che sta sotto lo zero e che verrà riempita per forza da altre demografie. È quello che è sempre successo nel mondo. Il testo guarda avanti: «Io non so nemmeno se ti porterò civiltà, ma non posso avere pietà». Il senso è questo: dove sto io non sto bene, mi devo muovere per forza. È la legge della natura, la legge della migrazione. Tutti gli animali migrano quando c’è carestia e là dove c’è carestia ti devi muovere: «dove ci sarà un muro lo scavalcherò, dove c’è il deserto l’erba crescerà…» E così è.
È un tema che è già nel vostro nome e che avete affrontato da sempre. Scrivendo anni fa di Animamigrante per una nostra rassegna sui dischi del 1993 mi ero ritrovato a riflettere su come alcune cose che cantavate fossero profetiche allora e siano tremendamente attuali oggi. Penso a un pezzo come Fattallà…
Sì, certo. Effettivamente ci ritroviamo a scrivere le stesse cose di trent’anni fa, chiaramente in maniera meno ingenua e più articolata – più artistica, mi piace pensare – anche se torniamo sempre a quelle stesse cose che sono ancora molto attuali.
Ascoltando la prima volta Figlio ho pensato che anche questo concetto del figlio che non ti assomiglia – ma è figlio comunque – fosse legato allo stesso tema delle migrazioni. Invece leggendo bene il testo si capisce che racconta un’altra storia…
Sì, il pezzo racconta di un figlio che non ti assomiglia e viene scambiato per il figlio di qualcun altro. L’autore [Danilo Turco, NdSA] sicuramente alludeva ad altro. Il fatto che un figlio è di chi lo sente figlio certo può far pensare anche a quello che dici tu. Oggi, che in maniera incredibile e sorprendente vediamo una guerra convenzionale nel cuore dell’Europa, una cosa che non ci saremmo mai aspettati, non puoi non pensare che quelli non sono i tuoi figli, quelli che stanno morendo sotto le bombe. E sono tuoi figli.

Il tema dei figli si intreccia anche con un altro dei temi principali che trattate nell’album, quello che riguarda l’ambiente, l’eredità che lasceremo alle generazioni future…
Abbiamo una visione se vuoi un po’ mistica dell’ecologia, che ha a che fare anche con la cultura ebraica di cui abbiamo parlato e con la tradizione cabalistica, per cui il Creatore e la creazione sono il prolungamento l’uno dell’altra. Lo stesso Dio sta nella Creazione – in questo general intellect, questa natura quasi spinoziana – e nella creatura. Se il Creatore è il tronco dell’albero, anche la foglia, il suo prolungamento, che saremmo noi, è lo stesso Creatore. Leggendo così il mondo secondo questa unità tra creato e creazione, tu non puoi prescindere dal fatto che tu stesso sei parte di questo mondo, e che non lo puoi distruggere. Faresti non solo qualcosa di brutto, ma di controproducente: noi possiamo vivere solo con l’aria pulita… pensare di adulterare completamente quello che è l’ambiente nel quale viviamo è come avere fame, pensare di tagliarsi un piede, mangiarlo e poi credere di poter correre.
Ormai non puoi correre più… [ride, NdSA]; magari ti sei saziato in quel momento ma per il resto è finita… Ed è quello che stiamo combinando con la natura… Non è per l’ambiente in sé, perché se ci pensi non gliene frega più di tanto: un giorno semplicemente si libererà di noi e chi lo sa, magari ci sostituirà con qualcos’altro o magari anche no. Si è visto durante la pandemia quando abbiamo impattato meno sul mondo per ragioni contingenti: ci siamo resi subito conto della fioritura immediata, dell’acqua pulita, degli animali selvatici che hanno cominciato ad andarsene in giro. Cose che non ci saremmo nemmeno aspettati. Il punto della questione dell’ecologia è questo: che mondo consegneremo ai nostri figli? Eh, bella domanda. Noi ce la mettiamo tutta dal punto di vista individuale per fare il meglio che possiamo o per sensibilizzare su temi importanti. Pensiamo al cambiamento del clima che è sotto gli occhi di tutti: siamo a giugno e c’è un clima che quando ero ragazzino non c’era neanche ad agosto, le sere uscivo con il maglioncino e sono nato a Napoli, mica a Trieste o al Nord… oggi sono a Roma in un pomeriggio di metà giugno e sembra di stare a Tel Aviv o, meglio ancora, nel deserto della Giudea, luoghi dove il caldo, ovviamente, è un fatto naturale. Questo è un problema talmente evidente che non capirlo è proprio da stupidi.
Una curiosità: lo scorso anno ho letto un libro pubblicato da un editore napoletano, Mediterraneo blues di Iain Chambers, in cui si parla di una “musicalità mediterranea”, soprattutto nel modo di portare la voce, che accomuna per esempio la canzone napoletana al canto arabo. Leggendolo ho pensato subito a voi mi è venuto in mente quando riascoltavo Sanacore con la mia compagna – lei è di Napoli mentre io sono di Milano – e abbiamo proprio parlato di come io potevo avvertire nel tuo modo di cantare delle inflessioni esotiche, mediorientali, mentre lei riconosceva molti vocalizzi [melismi, mi corregge lui, NdSA] come parte abituale del repertorio espressivo dei cantanti “classici” napoletani. Mi chiedevo se ti era capitato di riflettere anche su questo aspetto nelle tue ricerche…
In realtà avete ragione tutti e due. Io ho sposato una donna israeliana e ho vissuto per tanto tempo in Israele, ho avuto modo di studiare la musica araba, e di avvicinarmi a una certa tradizione – beh quando abbiamo fatto Sanacore a dire il vero non ne sapevo ancora tanto… ero solo un ascoltatore di quel tipo di musica. Però mi divertivo, là dove la musica napoletana sembrava voler già alludere al mondo arabo, a spingere l’acceleratore verso quella direzione. L’ho fatto poi in maniera sempre più cosciente: quindi a volte ho coscientemente trasformato delle melodie e dei tópoi arabi – della musica cosiddetta “araba”, diciamo del Mediterraneo orientale – cantandoli in napoletano. Se li senti cantare in arabo sono musica araba, li canti in napoletano e diventano canzoni napoletane. Mi dici: ma com’è possibile? Perché? Perché da una parte hai ragione tu, ho preso quelle cose e le ho fatte mie: nella canzone napoletana non c’è quell’esagerazione che poi va a sfociare in quel mondo [nel modo di cantare della musica araba, NdSA]. Però ha anche ragione la tua compagna, perché nella musica napoletana, che una è musica mediterranea e che è venuta evidentemente a contatto con l’altro mondo mediterraneo, quell’intenzione c’è già. Io faccio una fiction, il mio è un “contraffatto”, nel senso che anche quando sembra che sto facendo una cosa estremamente tradizionale, campana, in realtà ho ripreso, magari, una canzone marocchina e l’ho modificata, oppure sto cantando in quel modo lì, avendo in mente il modo marocchino di cantare – perché ho studiato anche canto con un maestro marocchino – ma canto in napoletano. Il risultato è un qualcosa che sta nel mezzo, che è napoletano ma appartiene pure al resto del Mediterraneo.

Il mare mi fa pensare a Stella. È una canzone che ha scritto Fausto Mesolella. Immagino l’abbiate scelta per l’album anche per dedicare un omaggio proprio a Fausto, che è scomparso da poco e con cui avevi collaborato in passato…
Sì ho lavorato tantissimo con Fausto Mesolella e mi ha aiutato tanto. Lui non è stato solo un collaboratore. Era, è [si corregge usando il verbo al presente, NdSA] un produttore bravissimo, e mi ha aiutato a tirare fuori dalla mia voce anche delle cose che non sapevo di essere in grado di fare. Ho lavorato per sette anni insieme a lui, abbiamo vinto una targa Tenco per un album molto coraggioso [Dago Red, NdSA], un mash-up di canzoni napoletane e canzoni americane, ci siamo divertiti per tanto tempo, siamo andati insieme in giro per il mondo, era un grande amico. Proprio in nome di questa nostra amicizia ho voluto rendergli omaggio con un pezzo che tutti sono stati contenti di fare, e che lui aveva scritto inizialmente per Gianmaria Testa; abbiamo ovviamente rifatto Stella in una versione nostra, che definisco “electro-calypso”, e sono molto contento che questo pezzo faccia parte dell’album.
Tu lo sai che viviamo volenti o nolenti in un mondo social, e seguendoti devo dire che mi ha colpito un tuo post in cui hai detto la tua sull’album di Kendrick Lamar, Mr. Morale & the Big Steppers, e indirettamente sullo stato di certa musica in Italia…
Era un po’ una provocazione, la mia. Ci sono tanti rapper o musicisti che vengono dal mondo dell’hip-hop o che fanno la trap – tutti idealmente miei figli, perché a quelli delle generazioni che sono venute dopo la mia mi rivolgo con affetto come se fossero dei figli – che quando è uscito il disco di Kendrick Lamar hanno detto “Che bello! Che bello!”. E io dico: ragazzi, ma fatelo però… Io vedo che vi appiattite su delle cose… A parte che sono scontate, ma poi anche il contenuto: io sono cresciuto in una band che dava tantissima importanza al suono ma anche al… lo chiamiamo messaggio? Chiamiamolo messaggio. C’erano delle cose che noi volevamo raccontare. Voi raccontate veramente delle storie brutte. Non è tanto il fatto di raccontare la realtà e di fermarsi in una specie di pietas… del tipo “guardo quello che succede, sotto casa ho una piazza di spaccio, la guardo, la osservo, la descrivo ecc. ecc.”: ok, lì non c’è niente di strano, è Scorsese [sic], lo hanno fatto tutti. È quando ti immedesimi, quando mi fai l’apologia di reato, mi fai il criminale, mi racconti di quando “ah non avevo i soldi adesso c’ho i soldi, gestisco sta roba, muovo, spingo questa mmerda”…
Ma dico, che cosa fai, il portavoce degli spacciatori di droga, ma che roba è? Pensa se l’avessi cantato io agli inizi degli anni ’90… Allora avevo fatto un pezzo che si chiamava ‘O bbuono e o’ malamente, in cui raccontavo sì la storia di uno spacciatore ma lo guardavo da lontano, arrivavo anche a dire “sono stato fortunato, potevo essere lì e fare quella fine”: una cosa è quella, legittima e anche bella, ma immedesimarsi, fare il tipo Narcos, che senso ha? Se allora avessi fatto apologia di reato mi avrebbero tirato i sassi i miei stessi fan. E quando ti dico i miei fan non parlo di ragazzini casa e chiesa ma di persone che pure la pensavano in un certo modo, che avevano certe idee [il senso è che non erano evidentemente dei bacchettoni, erano i ragazzi dei centri sociali, ecc., NdSA]. Ti dico che mi avrebbero tirato i sassi perché allora certe cose non si potevano dire e oggi invece è stato tutto più o meno sdoganato.
Kendrick Lamar parla di cose importanti, ha vinto un premio Pulitzer con i suoi testi, è uno che racconta tanto. Chiaro, li c’è tutto l’immaginario afroamerican che noi non abbiamo e nei suoi testi lui porta tutto un mondo: d’accordo, se dobbiamo prendere esempio da qualcuno prendiamo però esempio da lui, raccontiamo le nostre storie, ma raccontiamo storie che i ragazzi possano ascoltare e con cui possano migliorarsi, raccontiamo storie belle, edificanti… anche storie crudeli, terribili, tristi, di criminalità, tutto quello che vuoi, però non facendo l’apologia di reato, eh no! Io sarò pure un vecchio illuso ma questo mondo deve cambiare, può cambiare… Se tu ti metti lì a dire “non avevo alternative, faccio lo spacciatore, sono contento così, coglione tu che lavori”… Io sento in certi pezzi delle cose che sono veramente aberranti… Adesso sembro proprio uno di quegli anziani che parlano e si lamentano… Ma è assurdo…
[Per manifestare a Raiz la mia solidarietà aggiungo la mia confessione da “boomer”, cioè che il mio rapporto con l’hip-hop italiano è rimasto indietro, a Conflitto degli Assalti Frontali, e che avverto un certo scollamento dalla musica delle giovani generazioni – e non tanto per un fatto di hip-hop di cui non sono certo un esperto, ma anche e soprattutto in riferimento a un certo famigerato indie nostrano. Ma prima di degenerare con la recriminazioni generazionali è meglio parlare di futuro, anche prossimo]. Una domanda divisa in tre: i programmi nell’immediato che hai con gli Almamegretta, la tua collaborazione con i Radicanto (so che c’è un disco in uscita) e se ci puoi dire qualcosa sui tuoi progetti personali, visto che oltre che come cantante ti conosciamo ormai come scrittore (è uscita da qualche mese la sua raccolta di racconti Il bacio di Brianna) e ti vediamo sempre più calato, anche con successo, nel mestiere di attore…
Con gli Almamegretta adesso stiamo lavorando su questo disco, nel senso che lo porteremo in tour. Come attore sono sempre impegnato con la fiction della RAI, Mare fuori. Devo dire che non è come nella musica, dove devo essere sempre convintissimo di quello che faccio, un attore accetta anche parti “per la parte”, è un lavoro completamente diverso e mi sto divertendo a farlo. Sto provando poi a scrivere un racconto lungo: il primo libro di venti racconti è stato un po’ l’estensione del mio modo di scrivere canzoni, come se fosse un album in cui i racconti erano come piccole canzoni in prosa. Adesso vorrei scrivere una storia più lunga… che però ho scoperto essere composta da tante piccole storie che si intersecano; alcune intersezioni tra storie le avevo già fatte nel primo libro di racconti, adesso lavorerò di più su questo aspetto e vediamo che succede. Con i Radicanto ho un disco pronto: anche se uscirà a mio nome ci suonano loro, lo abbiamo prodotto insieme e l’arrangiatore è Giuseppe De Trizio, che è appunto il chitarrista e il fondatore dei Radicanto. È un album dedicato a Sergio Bruni, l’ultimo grande cantante classico napoletano. È un artista da cui io ho preso tanto, che fa parte del patrimonio della mia infanzia e che ho ascoltato tanto, soprattutto quando ero con la mia famiglia: le sue canzoni sono dei capolavori immortali, e reinterpretandole ho voluto quindi fare un piccolo tributo alla mia cultura di appartenenza, che è quella napoletana.
