Recensioni

Comeback ambient per Toral, che rivisita un pezzo chitarristico scritto nel 1992 (AER 7 E), e pubblicato nel debutto Sound Mind Sound Body (da poco ristampato con il mastering di Rashad Becker). Il brano, che copre l’intero disco, per la durata di 72 minuti, viene esteso in versione multistrumentale grazie alla collaborazione con gli interpreti portoghesi Angélica Salvi (arpa), Joana Bagulho (clavinet), Joana Gama (pianoforte) e Riccardo Dillon Wanke (Rhodes) – con l’intento dichiarato di unire le estetiche di Space e del più recente Moon Field. L’approdo consiste in una terza via che fa dei tempi lenti la sua ragion d’essere, mescolando le estetiche generative dell’elettronica controllata di Brian Eno, suggestioni post-rock per la scelta dell’organico, abstract jazz e riminiscenze di minimalismo astratto à la Morton Feldman.
Se più di vent’anni fa erano gli echi di chitarra a creare il rapporto dialettico fra melodia e contrappunto improvvisato, oggi la sintesi del musicista di Coja (qui alle onde sinusoidali) asciuga l’effettistica e si concentra su un mix ibrido di contrappunto ambient che strizza l’occhio alla sperimentazione. Le entrate dei vari strumentisti eseguono un bilanciamento perfetto ed esitano in una cristallina architettura formale, risultando quindi godibili anche all’ascoltatore che non bazzica i territori della sperimentazione. Ambient molto lenta, quasi meditativa, un magma sonoro di tappeti lunghi su cui spuntano guizzi che lambiscono i mari della new age più illuminata.
Per qualcuno potrebbe essere un disco statico, che non “va da nessuna parte”: ma è proprio questa la sua forza. Nella staticità degli accordi somiglianti a se stessi, Toral trova la microvariazione intelligente, riuscendo a costruire una forma cangiante in cui è doveroso e bello perdersi. Per ascoltare e godere al meglio di questo piccolo grande disco, sospendiamo per un attimo il giudizio e ammiriamo ad occhi chiusi la costellazione musicale generata dall’uomo. Ommm…
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