Recensioni

5.6

Tre lunghe composizioni senza pretese (che non siano quelle già espletate da Lucier), e un viaggio ripreso da un colpo di raggio laser e chiuso in un nulla oscillante.

Questo è Space di Rafael Toral, che per l’occasione rinuncia alle chitarre e ai feedback che hanno fondato la sua estetica. Nella prima parte raduna via via microeventi (droni sinusoidali, scie cosmiche, sciami in andirivieni) fino a rendere – in modo macchinoso – l’idea d’assenza di gravità. Nella seconda si fanno avanti percussioni digitali, note sospese, suoni trovati e lamentazioni aliene, quasi un Hassell degli ultracorpi, campane spaziali e timbri filtrati in ispessimento progressivo.

Tracce di vera musicalità sono nella terza parte, dove gli stessi attori si precipitano a disturbare un accennato accompagnamento cocktail-jazz da pianobar, a portarlo dalle parti di Muhal Abrams, del free-jazz dell’outer space. È un concerto scoordinato per segni vaganti, di poca-nulla originalità e dal piglio di asettica ricerca sul campo. Molto più teorico che composto, nemmeno improvvisato al meglio. In bilico tra carta da parati avanguardistica (musica gestuale, serialismo, minimalismo) e proposta di non-ascolto ambientale; William Basinski è arrivato a destinazione da un pezzo.

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