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Psychodonna chi è? Con ogni probabilità Rachele Bastreghi, libera al cento per cento, finalmente se stessa con il primo album sulla lunga distanza che porta il suo nome. Psychodonna cosa è? Un disco pazzo-pazzo, nel più nobile senso del termine. Un disco che shakera stimoli e influenze in un armonico big bang creativo, smarcandosi sia dalla protezione della dimensione di gruppo e dalla riconoscibilità dei Baustelle, con i quali Bastreghi ha macinato la storia del miglior pop italiano dell’ultimo abbondante ventennio, sia dall’EP Marie che aveva inaugurato la sua carriera da solista nel 2015, con sonorità Seventies comunque ancora in linea con quelle della band-madre. In Psychodonna emerge la fantasia di una musicista a suo agio sia con rimandi classici sia con soluzioni moderne, dal synthpop all’electroclash, tanto da centrare una propria personale cifra stilistica, esaltata dalla malinconia di una voce che riesce sempre a trovare calore nella darkness del mood. Archiviate varie collaborazioni importanti (Afterhours, Mauro Ermanno Giovanardi, Le luci della centrale elettrica, Perturbazione, Patty Pravo), rotto ogni indugio, decisa a mettersi in gioco al cento per cento, Bastreghi ha composto il materiale nel corso di due anni, nel suo studio casalingo, in prevalenza durante le ore della notte.

Il titolo Psychodonna si riferisce alle numerose sfaccettature dell’essere umano donna, spesso costretto a vivere in un mondo declinato al maschile, ma al di là dei riferimenti hitchcockiani qui si sottolinea in maniera universale la chance di non rinunciare a nessuna delle possibili versioni della propria persona, di essere tutto e il contrario di tutto. L’incisiva disinvoltura con le parole è assolutamente contemporanea, oltre gli ammiccamenti o le velature di comodo, oltre gli artifici da cantautorato ingessato. Di pari passo, non si rinuncia né ai clavicembali né ai sintetizzatori, né alla complessità di melodie filo-barocche né alla sperimentazione o a deviazioni ballabili. Bastreghi, per descrivere il lavoro, ha parlato infatti di un percorso interiore così come di un «dramma in discoteca», influenzato per esempio dalla famiglia Gainsbourg e da Wendy Carlos, dal Battiato di Fetus e Clic e da Laurie Anderson. Polarità spesso opposte, insomma, per un magico equilibrio nel caos. Arrangiamenti e produzione sono stati curati assieme a Mario Conte, abile ricercatore nel campo della musica elettronica già al lavoro con Meg, Colapesce e Alfio Antico, mentre alle esecuzioni hanno partecipato il medesimo Colapesce, Roberto Dellera, Fabio Rondanini e Marco Carusino.

Psychodonna, che scorre a dispetto dei suoi multi-livelli con grande compattezza e coerenza complessiva, è anche un disco per quelli che sono abituati a palpitare e scalpitare in una società che non calza loro a pennello, un disco che parla di lotte e auto-accettazione, di coraggio. La prima traccia in scaletta, Poi mi tiro su, un’elegante altalena di up and down emotivi con pianoforte noir, groove di note basse e linee digitali, è subito eloquente: «Ogni tanto succede che / mi spavento del niente / che poi niente non è / Un raccolto dolente / un po’ di male innocente / ma poi mi tiro su». Il passo successivo non può che essere in discesa, con l’incrocio tra dream wave e psych folk di Lei, un autoritratto nella fase di songwriting («Lei era sveglia e aspettava il sole per poi sparire / Lei quattro mura di luna e corde per poi viaggiare»), tra le suggestioni spaziali degli Air e cori da allucinazione esoterica, prima del piccolo sabba disco music in stile Sébastien Tellier che detona sul finale. Not For Me, invece, è un irresistibile delirio di ritmiche, quando tribali quando industrial, e presenze robotiche, con un ritornello in inglese che collega le hit anni 80 di Michael Jackson e Planningtorock, in un crescendo contro l’ordine e l’ordinario, contro pregiudizi e limiti, indifferenza e omofobia. Come Harry Stanton, che parte come una meravigliosa ballata e diventa ninna nanna rituale sotto il sole morriconiano del deserto con giro di chitarra western, arriva in omaggio all’omonimo attore statunitense, spesso impiegato da David Lynch e ammirato per l’ultima volta su schermo nel 2017 dell’errabondo Lucky: «E scrivo la mia canzone / Come Harry Stanton / cappello e vento».

Lanciato come primo singolo, Penelope è un inno alla diversità in chiave electropop che lascia subito il segno, con progressione rock e respiri tesi a evocare le ansie dalle quali l’artista toscana si libera proprio nella tessitura delle musiche elaborata nei momenti notturni: se il personaggio dell’Odissea agisce al sole, in attesa, Bastreghi elabora le sue musiche nel buio, in azione, cantando come antidoto alla paura e prediligendo la confusione come innesco per l’ispirazione. Introdotto da una sezione d’archi, lo spoken di Silvia Calderoni – attrice e performer al lavoro sul corpo come arma di riflessione sul tema dell’identità, presenza ricorrente nel teatro della compagnia Motus – suggella il brano: «La mia diversità è il mio punto di forza». Le altre ospiti dell’album sono Meg e l’attrice Chiara Mastroianni, entrambe ai microfoni in Due ragazze a Roma, la prima delle due anche co-firmataria del testo, racconto dell’inizio di una storia d’amore, di quell’attimo prima «che tutto cambierà», tra chanson française, sincopi da dancefloor ed evocativa coda cinematografica. Veramente azzeccata è persino la scelta dell’unica cover in programma, scritta da Ivano Fossati nel 1978, ovverosia Fatelo con me di Anna Oxa, attualissima nella sua ribelle anti-ipocrisia, all’epoca in prospettiva sadomaso-siouxsiana e qui trasformata in sfrenato punk avariato di scuola Suicide culminante in spiazzante filastrocca. I funny games cedono il posto a Resistenze, un pezzo dalla notevole urgenza espressiva, che si apre con i versi di una poesia di Anne Sexton, Her Kind, legati a immagini suspiriane di streghe domestiche che prediligono l’oscurità, e prosegue diventando un’ode al dolore, ideale erede della Tutto fa un po’ male degli Afterhours, per poi trovare rifugio nelle radici («Mamma ti voglio bene / anche se tremo / se vivo male / Babbo ti voglio bene / vorrei parlare / ma dentro piove») e frantumarsi da ultimo in battito techno-jungle alla Marie Davidson in abiti da club («Non è rimasto niente»). Menzione a parte per la title track semi-strumentale Psychodonna, geniale mix dall’andamento primordiale di campionamenti tratti da documentari e toni da apocalypse movie: «È necessario svegliarsi / è necessario il cuore / la rivoluzione». È necessario questo disco oggi, in Italia, per la sua autrice e per noi.

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