Recensioni

Voce iconica e tenebrosa, Rachele Bastreghi è il terzo femminile dei Baustelle, che, non nascondendosi mai, è riuscito solo recentemente a ritagliarsi il suo spazio d’autonomia. C’è, però, voluta una contingenza particolare per far trovare alla brava cantante e autrice di Montepulciano il coraggio e gli stimoli supplementari per dare alla luce Marie, dopo quasi vent’anni di militanza e di partnership artistica con Francesco Bianconi. A far scoccare la scintilla, infatti, è stata la fiction RAI Questo nostro amore 70, che ha visto la chanteuse fare un cammeo nei panni della musicista Marie, appunto. Rachele aveva prestato alla fiction il brano Mon Petit Ami Du Passé, che, allo stesso modo degli altri sei del disco, ricalca le atmosfere Seventies del pop d’autore, dell’autorevolezza della “canzone” e di una raffinatezza un po’ decadente.
Era ora, innanzitutto perché Rachele – che, spiace dirlo, progressivamente negli anni è stata un po’ offuscata dalle straordinarie sperimentazioni del collega Bianconi (pur ritagliandosi spazi di rilievo, vedi Monumentale o Natura dell’ultimo Fantasma o Grupies, La bambolina e L’ultima notte felice del mondo ne I mistici dell’Occidente) – è un’eccelsa compositrice, una straordinaria performer, ma soprattutto un’icona femminile capace di gareggiare, dal punto di vista del carattere, con artiste come Patty Pravo, Milva o Mina.
Marie, dunque. Un mini album, o un Eppì, di sole sette tracce, di cui una strumentale e due cover. Partiamo da lì. All’inferno insieme a te di Patty Pravo denota la cura e la ricerca dell’artista toscana nello scovare un brano del repertorio più sperimentale dell’autrice de La bambola. In contrasto, verrebbe da dire che il brano di Rachele normalizza quello di Patty Pravo, che vantava un più vasto utilizzo di suoni sporchi; l’architettura orchestrale, in questo pezzo e in tutto il disco, la fa da padrona. La voce più lirica ed istruita, poi, fa uscire un bel contrasto. Stesso discorso si può fare per Cominciava Così, rivisitazione di un brano splendido degli Equipe 84, che nel 1971 suonavano più o meno come i Pink Floyd periodo Barrett. Il pezzo sembra cucito sulle note malinconiche e raffinate di Rachele, che è abile nel farlo apparire vintage ma non invecchiato, pur standardizzando il suono della band di Modena.
Marie è anche un’equilibrata opera di produzione, affidata a Giovanni Ferrario (John Parish, Pj Harvey), insieme a collaboratori di rilievo quali Sergio Carnevale (Bluvertigo), Fabio Rondanini (Afterhours, Calibro 35), Marco Carusino (I Cosi). Si nota nei delicatissimi intrecci di archi e fiati in Folle Tempesta, che respira altresì della devozione baustelliana nei confronti del maestro Ennio Morricone. Non a caso nella tracklist è presente lo stesso brano in versione strumentale, che è una delizia per gli amanti del genere e delle trame orchestrali complesse.
Sorvolando su Mon Petit Ami Du Passé, che ha elementi di intimismo vicini naturalmente a Serge Gainsbourg (con o senza Jane Birkin o Brigitte Bardot, in particolare Bonnie And Clyde) ma anche ad autori ’70 come Joni Mitchell o Linda Perhacs, i brani migliori del disco sono senz’altro Senza essere e Il ritorno. Il primo è un brano apripista, dolcemente pop, ma allo stesso tempo perturbante, alla stregua di una Nada Malanima d’annata; il secondo, a metà strada fra Revolver de La Malavita e L’Aeroplano di Amen, è un brano che si potrebbe dire già bastreghiano, fra groove di basso ritmato, un tappeto d’archi ingombrante e il sillabato cantato – che già fu dei Baustelle – bene in rilievo.
Marie, a giochi fatti, è un capitolo importante per l’artista: potrebbe aprire una stagione di consapevolezza e responsabilità, a patto di riuscire a setacciare un altro po’ i residui di Baustelle e, soprattutto, di riferimenti revivalistici. Rachele Bastreghi ha tutte le carte in regola per diventare un punto di riferimento della canzone d’autore italiana, non solo per la sua militanza in una band che ha già scritto la sua paginetta di Storia, ma anche per le sue indubbie doti da solista. Marie, in questo senso, è una buona carta d’imbarco.
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