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Piazza Duomo è piena. Fa caldo, l’aria è ferma, i fan arrivano fin dal pomeriggio. Ci si rifugia all’ombra (poca), si gira per la città in attesa del concerto, si bevono birre e si mangiano focacce farcite. L’atmosfera è quella delle grandi occasioni, ma rilassata, in attesa della trasformazione della piazza in area live.
Probabilmente, tra il pubblico c’è chi si chiede come stiano davvero i Queens Of The Stone Age. L’estate scorsa è stata complicata per Josh Homme, alle prese con problemi di salute; poi c’è stato il live parigino nelle Catacombe, un evento tanto affascinante quanto estenuante da portare in scena. Ma ora eccoli di nuovo qui. Come stanno?
I segnali sono buoni. Pochi giorni prima del live, un video circolato online li mostrava a Firenze, su cavalli e carrozze della giostra, con Troy Van Leeuwen che imitava il saluto della Regina Elisabetta. Un momento leggero prima di ricominciare: forse l’approccio giusto per reggere il ritmo di un tour estivo.
La piazza si riempie rapidamente e, accanto ai paganti, si aggiungono anche diversi “imbucati” affacciati alle finestre dei palazzi circostanti. In apertura ci sono gli Amazons, che reggono bene il palco e tentano di scaldare il pubblico. Il frontman accenna persino alla possibilità di suonare No One Knows, ma dalla piazza non arriva una reazione significativa: forse non colgono, o forse preferiscono l’originale.
Alle 22 in punto, i Queens of the Stone Age salgono sul palco. Dopo le difficoltà dell’ultimo anno, la band si presenta in piena forma, e propone un set solido e senza fronzoli: venti brani sparati senza un attimo di pausa, con la solita alternanza tra uptempo frenetici e quel robot rock che Homme ama tanto evocare. Nessun pezzo da Villains, si nota a fine concerto.
C’è qualche intoppo tecnico, in particolare durante Make It Wit Chu, quando sia Homme che Van Leeuwen hanno problemi alle chitarre. I tecnici intervengono rapidamente, mentre Dean Fertita si guarda attorno incerto sul da farsi. Josh risolve chiedendo al pubblico di cantare, come a compensare. È un imprevisto gestito con mestiere, ma pare non l’abbia presa bene: dietro le quinte, si racconta, era parecchio furioso.
Tra un brano e l’altro, Homme regala come sempre qualche battuta. Prima di Monsters in the Parasol cita l’origine lisergica del pezzo, mentre per The Lost Art of Keeping a Secret dice che secondo lui gli italiani eccellono nei due temi della canzone: peccare e non parlarne. Un complimento? Forse. O comunque, ci si ride su. Arriva anche il consueto invito a muoversi: “Dance, motherfuckers!”, ripetuto più volte. E poi altre frasi in italiano, non sempre ripetibili. Dice di conoscerne poche, ma intanto la pronuncia migliora di data in data.
Il concerto si chiude con la classica Song for the Dead. Dopo i saluti, Troy si ferma qualche minuto con i fan rimasti a ridosso delle transenne per scattare qualche foto.
Un live ben suonato e coinvolgente, che lascia dietro di sé un’attesa palpabile per il prossimo appuntamento, dedicato agli ammiratori più hardcore: a Milano, ad ottobre, per una versione estesa dello show delle Catacombe, questa volta in teatro. Prezzi al limite della follia, ma… everybody knows that you’re insane.
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