Recensioni

Roma, sala 6 del Cinema Barberini. Aria condizionata, sedili reclinabili e poggiapiedi. Una prima fila perfetta per farsi inghiottire dalle immagini. Sullo schermo, i Queens of the Stone Age nelle catacombe di Parigi. Cosa può chiedere di più un fan storico, a inizio giugno? Magari che il film durasse di più. Ma considerando lo stato di salute di Josh Homme nei giorni delle riprese, è già tanto che Live at the Catacombs esista.

Girato quattro giorni dopo il forfait dell’esibizione di Romano d’Ezzelino e a pochi passi da un ricovero ospedaliero, Live at the Catacombs è un’opera che galleggia tra diversi piani: performance acustica, documentario intimista, confessione postuma (per finta) e rito funebre (senza croci, per esplicita richiesta dell’interessato). Trenta minuti di musica e trenta di dietro le quinte. La prima parte è girata in bianco e nero, tra scritte in latino, teschi autentici e arrangiamenti per chitarra acustica e trio d’archi. La seconda ricostruisce il contesto, con riprese dai concerti dell’estate 2024, tra cui Roma (4 luglio) e Milano (6 luglio): chi scrive c’era, e ha gradito parecchio. Soprattutto Roma. Di Milano, a quanto pare, Homme non ricorda nulla. Letteralmente.

Il concerto-parallelo girato nelle catacombe, invece, è nitido. Forse perché affrontato con lucidità nuova e un’ambizione cinematografica che nei lavori recenti della band – In Times New Roman… compreso – si respirava a fatica. Le canzoni selezionate per l’occasione sono poche ma significative, rielaborate per adattarsi all’ambiente: tra tutte, spicca I Never Came, eseguita di rado e particolarmente adatta a una liturgia esistenzialista. “Sicut unda dies nostri fluxerunt”, recita una parete: i nostri giorni sono fluiti come l’onda. E viene spontaneo pensare a Go With the Flow, che però non c’è. Peccato.

La messa in scena è gotica ma non barocca. L’atmosfera è cupa, certo, ma attraversata da lampi di ironia che spiazzano e fanno bene. “Se vedete questo video, vuol dire che non ce l’ho fatta… No, anzi, vuol dire che ce l’ho fatta. E che ci vogliamo bene”, dice Homme guardando in camera. Traduzione libera, ma lo spirito è quello. Il suo volto è scavato, la voce a tratti rotta, ma la presenza c’è. E la gratitudine verso i fan, pure.

La seconda metà del film – il documentario vero e proprio – ricollega il progetto alla vita: scorrono i volti degli altri membri della band, le loro considerazioni sul periodo, gli spezzoni live. C’è coerenza, si percepisce un’urgenza autentica. Persino i tagli di montaggio che troncano brutalmente pezzi come Little Sister sembrano parte di una poetica della fine, più che una semplice scelta di ritmo.

Live at the Catacombs non è un film perfetto, né un manifesto per nuovi adepti. Ma per chi ha seguito i Queens of the Stone Age in questi anni – nei dischi, nei concerti, nelle pause forzate – è un documento prezioso. Un frammento di umanità vulnerabile, tra l’ombra e la rinascita. Un modo per dire: sono ancora qui, anche se non so bene come. E anche questo, in fondo, è rock’n’roll.

L’immagine di copertina è un lavoro originale di Valeria Bocci.

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