Recensioni

Nono album per i Russian Circles, intitolato semplicemente Nine, a un ventennio esatto dal debutto Enter, e realizzato con Kurt Ballou dei Converge nei panni di ingegnere del suono, come ormai da un decennio a questa parte. Proprio quando la formazione strumentale di Chicago – nella stessa città di origine si sono svolte le principali incisioni, all’Electrical Audio di Steve Albini, esattamente come ai tempi degli esordi – correva il rischio di farsi canone, questi sette nuovi brani ristabiliscono la barra dello stato dell’arte del post-metal, per un gioiellino di genere, di assoluto rilievo nella discografia del trio, più che mai unito anche se attualmente diviso a livello di ubicazione personale tra la medesima Chicago, Los Angeles e un’isola rurale al largo della costa di Seattle.
«La musica che facciamo è un processo collettivo di riconciliazione, navigazione e riflessione sull’invecchiamento, sia come individui che come entità creativa. La vita ha creato distanze reali tra di noi, ma la band rimane al centro». Nonostante l’intento sia dunque umilmente meditabondo, incentrato sul tempo che passa come esseri umani e come musicisti, a spalancarsi con umore primordiale e apocalittico sul buio del presente-futuro, Mike Sullivan (chitarra), Dave Turncrantz (batteria) e Brian Cook (basso, tastiere) continuano ad aggredire l’ascoltatore con monoliti sonori stavolta particolarmente ispirati. In copertina, una foto della scultura Snowpile for Chicago di Tony Tasset, a riprodurre con bronzo, ottone e quant’altro i cumuli di neve sporca che ricoprono le strade invernali del Midwest, esposta nella Chicago Public Library a partire dal 2004, anno della fondazione della band…
Insomma, parecchi fili che si riannodano, mentre la maturità affina la formula. Ci sono coerenza e rigore nel modo in cui viene scolpito il materiale, nel segno della potenza del rumore e di nitide, complesse progressioni cinematografiche, nella fusione basilare di heaviness e post-rock, abituali ganci agli Isis e ai Godspeed You! Black Emperor, ma c’è altrettanta voglia di trasformare la rabbia per un mondo in rovina in nuovi input stilistici che conquistano poco a poco. Si va dall’elettricità martellante dell’iniziale Borehole, che trae nome dal pozzo superprofondo di Kola, e dall’incisività di Empath, tra drone di sirene e riff spazzaviatutto, agli otto e passa minuti della rappresentativa Eluvial, a intrecciare linee elettroniche assieme all’epica e lacerante melodia delle corde, dai synth di E2 alle atmosfere in crescendo di Meridian e agli arpeggi acustici della breve Arletta. Fino all’appropriato sipario a fuoco di Seventh Seal, ispirato ai Metallica di Cliff Burton, che riempie di senso persino l’annichilente silenzio successivo all’ascolto, il vuoto di una rivelazione da non esprimere a parole.
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