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Un concerto di lunedì sera (13 novembre) solitamente non viene mai accolto molto bene dal pubblico, ma a dimostrazione del culto di cui gode la band di Detroit anche in Italia il Locomotiv di Bologna è soldout. La serata è di quelle ad alto tasso di testosterone e ad aprirla ci sono i Korobu, trio bolognese (per l’occasione, quartetto) dedito a un krautrock che spazia in territori elettronici. L’album Fading Building è uscito per l’etichetta che fa capo al club – Locomotiv Records – dunque i ragazzi giocano in casa ma non danno niente per scontato e il loro set è tanto convincente quanto un degno antipasto di ciò che sta per arrivare.

Sale sul palco la band di Detroit e, improvvisamente, il Locomotiv si trasforma nella versione bolognese del CBGB, una versione espansa dello storico, minuscolo eppure influentissimo, locale newyorchese. Il carismatico Joe Casey si posiziona al microfono e guarda di sbieco il pubblico con fare di sfida. Indossa il consueto outfit, un abito elegante, e sembra arrivare da una notte infinita di ore trascorse davanti al pc in preda all’hangover. Chi conosce il gruppo dalle passate tournée sa quante lattine di birra si possono nascondere nelle tasche di quell’abito. Infinite.

Come sul disco che fa da supporto al tour – Formal Growth in the Desert – si parte con una potente Make Way che cattura immediatamente l’attenzione di tutti. Segue 3800 Tigers, e siamo già nel mondo del punk del nuovo millennio. Va detto che i Protomartyr sono una di quelle poche band finite nel calderone post-punk che con il resto della cordata non ha nulla a che fare, a partire da quella del giro anglo-irlandese. I ragazzi raccolgono a piene mani eredità, intransigenza e attitudine dai gruppi più creativi di fine ’70 bypassando ogni rilettura in chiave brit pop, art o math.

For Tomorrow, veloce e di forte impatto, ne conferma le radici, su My Children (da Relatives in Descent) parte un pogo che sembrava essere sempre in fase embrionale. Dopo l’ultima prova, l’album oggetto del live è The Agent Intellect e parliamo, in entrambi i casi, di lavori “di pancia” suonati con quell’autenticità e carisma che sono merce rara oggigiorno. Jumbo’s fa da encore e la veloce Why Does It Shake chiude il sudatissimo set.

Nota fuori tema ma comunque calzante per dire della mentalità working class dei Nostri: a fronte degli improponibili prezzi del merchandising venduto ai banchetti di festival e concerti (da record la t-shirt di Björk venduta nella recente data bolognese, 45 euro), i Protomartyr oppongono prezzi se non popolari, comunque sotto la media: vinili e t-shirt a 25 euro, la felpa 35 euro. Sono cose che si apprezzano.

Tirando le somme: un live-esperienza tra le migliori viste ultimamente. Diciannove canzoni squadrate, taglienti, non una nota fuori posto, un’opinione che sembra essere condivisa dai tanti che si rivestono mentre si recano verso l’uscita, ancora carichi di ciò che il gruppo ha saputo regalar loro. Può il punk essere perfetto?

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