Recensioni

Il frontman dei Protomartyr, John Casey, si presenta sul palco vestito di tutto punto con un completo scuro, e lo scambieresti per un prete di quartiere se non fosse per quella faccia da americano di ceppo irlandese sospesa tra familiarità rispettosa, minacciosi non detti e qualche bicchiere di troppo. Con lui ci sono anche Greg Ahee alla chitarra, il metronomico Alex Leonard alla batteria e Scott Davidson al basso, per uno degli appuntamenti più attesi della stagione concertistica 2017-2018 del Bronson di Ravenna. A scaldare il pubblico con una new-wave navigata e vecchio stile combattuta tra sintetizzatori, drum machine, basso, tempi accelerati e una buona coordinazione tra le chitarre, i romagnoli Dang Dang, volitivi e orecchiabili, ma forse un po’ troppo calati in certi stereotipi sonori/stilistici anni ottanta.
Del resto anche lo stesso post-punk è sempre stato una questione di attitudine e non solo di spunti musicali, e i Protomartyr ci ricordano quanto questo concetto vada a braccetto con un certo modo di intendere il live. I detroitiani non sono gente di molte parole, e a parte qualche «thank you» previsto dall’etichetta, tirano dritto senza pause tra un brano e l’altro, per un concerto che inizia con l’ottima My Children e vede alternarsi molti brani estratti dall’ultimo – più che buono – Relatives In Descent, come la splendida title track, Here Is The Thing o Windsor Hum. C’è da dire che il recitato/cantato del frontman – nei passaggi più energici vengono in mente certi deragliamenti in stile Jason Williamson degli Sleaford Mods, ma con una vena meno working class – si perde un po’ in mezzo al dibattersi fragoroso, puntuale e potente degli strumenti: una scelta estetica voluta, comprensibile e certificata da un suono più grezzo rispetto al disco che a nostro avviso penalizza parzialmente il carisma di Casey, uno che riesce comunque a concentrare l’attenzione su di sé pur non brillando per empatia. È impossibile non pensare a Mark E. Smith dei The Fall (e a David Thomas dei Pere Ubu) quando lo vedi cantare, anche se il suo è più un ciondolare irrequieto e impiegatizio in procinto di esplodere, speso tra un cocktail, un paio di bottiglie di birra e una postura compita al microfono – con tanto di mano infilata in tasca – che ricorda più Frank Sinatra che John Lydon.
Eppure, quell’apparente distacco con cui il gruppo affronta la prova del live – distacco peraltro ben supportato da ottime doti tecniche – alla fine si rivela la carta vincente, o per lo meno l’elemento che paradossalmente caratterizza di più l’approccio dei Protomartyr: pur potendo contare su un suono energico e strutturalmente solidissimo, infatti, i Nostri non hanno la fisicità funk del Pop Group, ma esattamente come accade nei loro dischi riducono il succo del discorso al messaggio, all’integrazione tra testi e musiche, a cui per forza di cose l’atteggiamento della band spinge a prestare attenzione. Col suo passare non per le gambe ma per il cervello, insomma, il live dei Protomartyr è un fatto più “intellettuale” che fisico, un brindare amaro alla banalità della vita non avendo più nulla da perdere, o nel migliore dei casi una condivisione di intenti quasi etica tra artista e pubblico. Fatevene una ragione, per tutto il resto ci sono gli Interpol.
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