Recensioni

Pigfuckers of the world, unite, i Pop. 1280 son tornati. Slogan d’annata a parte, il rientro in pista del quartetto newyorchese riapre le ferite sanguinanti dell’epoca d’oro del noise-rock più straniante d’inizi ’90, in virtù di un approccio che è sempre iconoclasta e feroce. Aleggia su questo Imps Of Perversion, lo suggerisce il titolo stesso, una depravazione che è oltre la media dei gruppi rock contemporanei. È quella perversione eccentrica e molesta tipica di band come Birthday Party o, per rimanere a tempi più recenti, Jesus Lizard o Cows. Quella sboccata, senza remore, sessualmente esplicita e volgarmente manifesta che da sempre, ma in particolare in quel buco di culo che fu il Lower East Side newyorchese di fine ’80, ha accompagnato la musica della perversione, il rock’n’roll, figlio degenere della musica del diavolo, il blues, verso le terre del non ritorno. E in Imps Of Perversion i quattro sembrano proprio trasformarsi nei folletti maligni che riportano in vita la band di un giovane e sregolato Nick Cave: The Control Freak vive della stessa tensione teatralmente drammatizzata e viscerale degli imberbi Birthdays, così come la conclusiva Riding Shotgun riprende quel filo ma ne offre il rovescio malsano, ripugnante nella sua lentezza avviluppante e nella sua malsana dolcezza.
In mezzo, il solito rosario di efferatezze sonore tra compressioni futuribili (Population Control) e boogey’n’roll imputridito (Human Probe), recrudescenze Cop Shoot Cop (Do The Anglefish) e bluesacci martirizzati, che fa di Imps Of Perversion il solito bel sentire con poche scene, zero orpelli, molta malvagità. Musica repressa per giovani repressi.
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