Recensioni

7

Un frullatone di rock pesante e melodico cacciato fuori con l’urgenza e l’incoscienza di chi porta avanti il suo discorso senza fronzoli. Questo in sintesi il terzo album dei The Men, nome chiacchieratissimo e next big thing sui generis di un underground sempre più bisognoso di band nuove da fagocitare e risputare fuori. Dei primi due lavori – Leave Home dello scorso anno su Sacred Bones come il presente – pochi in verità si erano accorti, mentre ora a distanza di pochi mesi sembra proprio che non si possa vivere senza le canzoni del quartetto newyorchese.

Ad ascoltare Open Your Heart si capisce bene il perché. La band di Nick Chiericozzi spinge sull’acceleratore come al solito ma screzia la propria proposta con molte sfumature "altre" rispetto al sound della casa, tendendo un filo diretto con la chiosa del precedente Leave Home.

Non più soltanto assalti straight in your face tra Parts & Labor con la centrifuga accesa (Turn It Around), punk’n’roll newyorchese da isteria e lustrini (Animal) o assalti a calci in bocca noise-core (basso caterpillar e Unsane-sound ipervitaminizzato in Cube) in cui le chitarre si stratificano e la sezione ritmica pesta come non mai. Tra le frecce dell'album ci sono infatti lunghe composizioni che prendono sia dal motorik ossessivo spolverato di Oneida (Oscillation) o dai crescendo vorticosi made in Sonic Youth (Ex-Dreams) che da ambientazioni più psichedeliche e desertiche (Country Song) se non bucoliche, sognanti e acide (Presence). Nello stesso modo l’indie-rock dei 90s sembra essere l’altro asse portante che scombussola i riferimenti di chi ascolta: il trittico centrale Please Don't Go Away, Open Your Heart e Candy mastica con nonchalance rimandi all’humus che 10 anni dopo ha portato agli Arcade Fire, il power-pop scazzato del tempo come può immaginarlo un J Mascis ventenne d’oggi, la slackerness del rock alternativo che giace in molti dischi impolverati.

Un passo coraggioso, tanto vario quanto appassionato, che dimostra come i The Men siano figli dei propri tempi. Alla maniera dei Fucked Up, per capirsi, i quattro cercano vie di fuga varie ed eventuali, elaborando un disco che per attitudine fa pensare ad una sorta di Zen Arcade targato Sacred Bones. Non eterogenea e pedissequa riproposizione di generi storicizzati, ma il tentativo giovane e incosciente di superare i confini di genere per offrirne una forma metabolizzata funzionale e funzionante.

Qualche piccolo piccolo dubbio su tanto eclettismo resta, seppur bilanciato da tante belle speranze sotto forma di canzoni perfettamente messe a fuoco per melodie, potenza di fuoco, catchyness. La direzione intrapresa sembra essere quella giusta e a noi non resta che aprire i nostri cuori e lasciar entrare questi omaccioni americani.

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