Recensioni

7.4

Dei Pop. 1280, quartetto newyorchese ispirato dal romanzo omonimo di Jim Thompson del 1964 (reso al cinema e tradotto in italiano col titolo di Colpo di spugna), avevamo notato l’ep The Grid dello scorso anno sempre per Sacred Bones. Un buon concentrato di punk-wave arty virato noir ancor acerbo in alcune soluzioni e tipico di certe latitudini (vedi alla voce Lower East Side d’inizi ’90). Ora con qualche fondamentale aggiustamento di formazione – Zach Ziemann (batteria) e Pascal Ludet (basso) raggiungono i fondatori Chris Bug e Ivan Lip – le traiettorie sghembe della formazione trovano nuova linfa in un full-length su cui spira forte il vento del Batcave e che colpisce al cuore gli amanti delle chitarre selvagge e del rock più avventuroso.

Robotiche litanie post-Suicide si innervano nel tribalismo witchy dei primi Liars, deprivati di ogni lato “funk” (Bodies In The Dunes, ma la tendenza salta fuori spesso); chitarre taglienti d’echi noisy (i primi Sonic Youth per cupezza e profondità) e no-wavey (New York, dopotutto è sempre New York) giocano a rimpiattino con elettronica vintage virata synth o cold-wave o con atmosfere che riesumano i cadaveri squisiti del goth-sound più teatrale e incisivo (i Bauhaus, tanto per fare un nome su tutti, sono più di una stella nel firmamento della band), mentre reminiscenze della dissacrante teatralità oscenamente violenta dei Birthday Party si uniscono ad una concezione bluesy come andava nell’ultima stagione d’oro del CBGB’s prima della chiusura (da Pussy Galore ai Cows con tutto quello che c’è in mezzo). Nella circense e maligna Hang 'Em High che fa molto Motherhead Bug, ad esempio, così come nella ossessiva Nature Boy, rivive quel demone che ha acceso molti acts spregiudicati dell’ultimo trentennio.

I quattro hanno studiato bene il bignami del giovane post-punk e sono pronti al salto verso la rendition persoanlizzata, mostrandosi come il più credibile lato al nero del Williamsburg sound. Arty e teatrali, ma sinceri. Col mascara sugli occhi, ma cattivi fino in fondo. Stretti in abiti all-black ma cinici e consapevoli di esser lì, pronti a rinverdire i fasti più incompromissori e veraci del post-punk. Dopotutto, la cover gioca di citazionismo creativo col 7” d’esordio degli Swell Maps. Chris Bug (al secolo Chaleb March) non ha il carisma del giovane Nick Cave, né la follia di un invasato Alan Vega, tanto meno la teatralità poseuristica del caro Jon Spencer o la notturna ambiguità del caro Peter Murphy. Eppure recupera un po’ da ognuno e ci mette molto del suo, riuscendo a tenere la barra dritta in tutto l’album. A farsi traino tanto quanto i citati padrini di un suono tagliente, a tratti furibondo, quasi sempre psicotico e umorale, riottoso e cerebrale. Dote non da poco in mezzo al marasma dopato, inacidito, perverso e scatenato che i suoi Pop. 1280 mettono in atto tra devasto electro-cyberpunk (New Electronix) e catartici rilasci funerei e drogati (Beg Like A Human), iconoclastia wave-rock (Dogboy) e lancinanti danze goth bauhausiane (Crime Time).

Un nuovo fiore è germinato dal fango wave della big apple. Toccherà prenderne atto.

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