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Canta e suona di petto, scacciando a forza di plettrate e di voce i suoi drammi. Humus è il disco di esordio di Fabrizio Pollio, già frontman e autore degli Io?Drama, che con questo lavoro per Maciste Dischi inaugura la sua carriera solista. Di petto, si diceva. Proprio così, perché il vigore del cantautore originario del milanese è dettato da una commozione che scaturisce in buona parte dal trauma per la scomparsa del padre. Il lutto però non produce un abbandono totale al dolore, ma una forza di volontà, una pulsione vitale che forgia un disco che suona in definitiva sereno ed entusiasta.

È quasi sempre lo stesso il movimento dei pezzi, un’emozione scandita da precisi mid-tempo che si apre in segmenti successivi più energici e compositi di suoni. Altro aspetto è infatti la ricca stratificazione di strumenti e soluzioni sonore. Pollio sovrappone l’insostituibile cantautorale chitarra acustica ai sintetizzatori, passando per strumenti popolari sardi, bouzuki e quant’altro. Nessun dogma di genere dunque, così come la traccia che tira fuori un break che pare David Guetta. Le Vite Degli Altri non ha nulla a che fare con Von Donnersmarck, ma piuttosto con un comune sentire giovanile e generazionale («Ma quando cazzo è che arriva il mio momento?»). In mezz’ora esatta di musica i pezzi scorrono facilmente, a prova dell’istinto melodico del Figlio MalpensanteIncompiuta è invece revival folk per i fiati di una banda di ottoni di paese. Una soluzione caleidoscopica e sulla misura di un disco che sembra avere forma circolare. Oggi è domenica e Angelus sono infatti apertura e chiusura di quell’elaborazione del lutto che tanto spazio occupa nel lavoro. Nel primo pezzo, il settimo giorno è «l’unico giorno senza predica», ma anche un adagio che assolve tutti. A prescindere dai peccati. Il brano finale è invece la vera e propria dedica al compianto padre.

Pollio sembra un giovane iperattivo, quell’alunno etichettato come “particolarmente vivace”. Urgenza espressiva e molteplicità di ispirazioni dettata da viaggi ed esperienze personali si rincorrono in un album che trova nell’introspezione e nella voglia di ripartire la sua ragion d’essere. Il disco è di un power pop schietto e immediato che sembra durare meno del suo minutaggio. Alla fine pare una rinascita, il salmo di una chiesa trasformarsi in una fanfara di paese. Come se fosse una festa patronale. Non che il connubio tra suoni elettronici, elettrici e acustici sia proprio una novità, a dirla tutta. Ma comunque l’autore si inserisce in quella risma di musicisti che hanno ben presenti i grandi del cantautorato ma anche l’ardire di trovare nuove strade. Come Lucio Corsi e Massaroni Pianoforti, per fare due nomi. Spetterà poi al tempo svelare se questo Humus potrà diventare fertilizzante per qualcosa di davvero notevole.

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