Recensioni

Ci risiamo: i Pinguini Tattici Nucleari tornano con Hello World, il loro sesto album, e lo fanno con il solito mix di riflessioni filosofiche travestite da pop e citazioni musicali fra il nazionale e il popolare. Una band che, con questo disco più che altrove, si proclama “portavoce della collettività” ma che, a conti fatti, sembra avere più a cuore la celebrazione di sé stessa che un reale confronto con la società.
Al solito, Hello World è un album bulimico, che vuole parlare di tutto: tecnologia, salute mentale, amicizia, lutto, educazione affettiva, femminicidio, futuro distopico… L’elenco è così vasto che verrebbe quasi da sospettare che abbiano usato un generatore casuale di tematiche sensibili per le tracce. Certo, il coraggio di toccare argomenti importanti è apprezzabile, ma il risultato è un baraccone da circo che si muove tra il superficiale e l’involontariamente comico.
È ormai chiaro che la forza dei Pinguini sta nella capacità di trasformare storie di provincia in racconti universali. Non più la provincia malinconica degli 883 (di cui sono fan dichiarati), ma una provincia smart, collegata al “villaggio globale” grazie a internet, meme e riferimenti culturali condivisi. Il loro stile è una versione italica di quello che Ed Sheeran o i Coldplay rappresentano su scala globale: melodie rassicuranti, testi facili da cantare, emozioni confezionate con precisione millimetrica. Zanotti, anima e penna del gruppo, guida questo percorso con un talento indiscutibile per la scrittura e la produzione, dando vita a una versione di it-pop capace di conquistare un pubblico vastissimo, dai giovani adolescenti in cerca di emozioni semplici, ai genitori nostalgici di un certo cantautorato.
Non si tratta di rock tormentato, né di pop intellettuale: i Pinguini offrono un’esperienza di intrattenimento totale, dove i sentimenti sono immediati, facili, ma confezionati con una certa astuzia commerciale. Non c’è nulla di sbagliato in questo, ma è importante riconoscere come la loro musica sia costruita per essere consumata, più che per far riflettere.
Questa formula non toglie loro il merito di essere tra i pochi artisti italiani capaci di radunare folle oceaniche senza mai scadere nell’eccesso. Un po’ Jovanotti, un po’ Coldplay, i Pinguini offrono quella stessa sensazione di festa e condivisione che il pubblico cerca nei grandi live. E i numeri parlano chiaro: un tour negli stadi è già stato annunciato per il 2025, segno che la loro parabola è tutt’altro che vicina al termine.
Venendo a Hello World, il disco si apre con un minuto e mezzo di gentilezza e assonanze che strizzano l’occhio al già citato Jovanotti, lasciandosi scivolare via senza troppi clamori. Il ritmo sale con Per Non Sentire La Fine Del Mondo, un pezzo che combina un concetto alla Liga (chi si ricorda Balliamo sul mondo?) con i synth di Martin Garrix. Ma non basta un tocco di elettronica per trasformare un’idea trita in qualcosa di memorabile. Il problema si ripresenta nel singolo Amaro: una ballad che cerca di commuovere, ma finisce per somigliare a un déjà vu emotivo, con ricordi e memorie che si accalcano senza mai lasciare un segno profondo.
C’è un barlume di sincerità in Burnout. Con ironia amara, Zanotti canta: “Chi pensava che ci vuole un terapista anche per curare i soldout?”. Il midtempo, che parla della fatica di sostenere il successo, trova un equilibrio tra leggerezza e introspezione. Ma il riferimento a BoJack Horseman e (soprattutto quello a) Tenco sembra quasi un tentativo forzato di legittimare un pezzo che, altrimenti, sarebbe rimasto una riflessione personale senza particolari pretese.
Se Romantico ma muori è un brano energico che richiama certe vibrazioni dei Fast Animals and Slow Kids (ma in una versione molto più edulcorata), Islanda si rifà al folk pop degli Of Monsters and Men, con un’apertura melodica ampia e coinvolgente. Entrambi i pezzi sono la dimostrazione che i PTN sanno come parlare al loro pubblico, adattando linguaggi internazionali al contesto senza perdere di vista la loro identità.
Le influenze dei Coldplay sono evidenti, ma ormai non si capisce chi assomiglia a chi. Nevica ne è un esempio: una traccia impetuosa che mira a diventare un inno per i concerti, ma risulta fin troppo prevedibile. Lo stesso vale per Alieni, dove l’umanità è messa sotto accusa con un desiderio di redenzione extraterrestre che suona più come una trovata bizzarra che come una riflessione profonda.
C’è poco da fare, i Pinguini sono maestri nell’arte di trasformare il quotidiano in un evento straordinario. La loro musica è un collage di citazioni, onomatopee e melodie accattivanti che non lasciano spazio a dissonanze. Si alternano momenti intimi, quasi confessionali, a brani più energici e corali, pensati per essere cantati a squarciagola negli stadi. Ma questa apparente semplicità è il risultato di un lavoro studiato nei minimi dettagli.
L’uscita a dicembre sembra fare capire che qui non si punta alle classifiche di fine anno: l’obiettivo è costruire un’immagine che resista al tempo, che continui a crescere insieme al loro pubblico. In un’epoca in cui il pop italiano è spesso diviso tra superficialità e ambizioni intellettuali, i Pinguini offrono un’alternativa che, pur essendo commerciale, non si vergogna di esserlo.
Hello World vorrebbe essere un album salvifico, un manifesto generazionale, ma si rivela un patchwork di luoghi comuni e sonorità trite.
Amazon
