Recensioni

Dissimulare, dissimulare. Nemmeno il principe machiavellico lo avrebbe fatto così bene. Chiamare un disco Fuori dall’hype quando l’hype è il suo elemento. Prendiamo proprio la canzone omonima, Fuori dall’hype. Il parallelo con lo stile da lettera ai posteri di Sold Out dei The Giornalisti viene quasi da sé. Il ritornello però potrebbe averlo tirato fuori un Calcutta, e poi… vuoi abbandonare la bolla di ironia postmoderna di uno Stato Sociale di cui il giovane it-pop non può fare a meno, come se fosse la boccia di un pesce rosso? «Belli i primi [dischi], poi venduto». Perfetta per il botto che, siamo convinti, arriverà se non sta già arrivando (e l’intro pianistica un po’ alla De Gregori può servire a fare appeal intergenerazionale… già ho visto la gente della mia età che ha postato su Facebook).
Fuori dall’hype è la prima uscita su Sony per la formazione bergamasca (almeno smetteremo di chiamarlo “indie”, ma anche qui non importa, quella è ormai una parola come un’altra, come il punk per Gazzelle). Un disco che con i suoi numeri a livello di orecchiabilità, variabilità e divertenti calembour offre tutto quello che può piacere come anche non piacere dell’it-pop italico di questi ultimi e ultimissimi anni. Ultimi andando un po’ più indietro a quegli Amari che si possono considerare appunto dei pionieri. Dariella e Pasta hanno raccolto molto meno del dovuto, soprattutto rispetto a quello che hanno (de)generato, con il loro «Adolescent pop fatto da thirty something boys» di dieci anni fa in anticipo sui tempi (cito la recensione di Edoardo Bridda di Scimmie d’amore, che di questo passo finiremo per rimpiangere inconsciamente alla stregua di un The Queen is Dead o di un qualsiasi disco artisticamente sproporzionato e di un’altra categoria a vostra scelta).
Sono una pop band, i Pinguni Tattici Nucleari, con velleità cantautorali ma che del cantautorato (e del pop) sembrano spesso voler fare una parodia. Anche qui niente per cui prendersela oltre il lecito. E niente di nuovo. A meno che non sia nuovo e generazionale snocciolare filastrocche-tormentone con ammiccamenti a sonorità trash-balneari (Monopoli). O siano da considerare nuove certe sambettine e reggaettini (Nonono) che ricordano i vecchi Luca Carboni e Miguel Bosé più dei classici del loro genere vero o presunto di appartenenza. O sia una novità il funky-dance filosofico con suoni un pochino da cartone animato – di cui pare che un tempo i bergamaschi coverizzassero le sigle – e un pocone, anzi molto di più, da Tiziano Ferro (che vocalmente però è di gran lunga superiore a Riccardo Zanotti…). O un accenno, appena un accenno di trap (o è reggaeton?), giusto per andare ancora un po’ fuori dall’hype: anche se il vero punto forte di La banalità del mare non è quello, sono i coretti oh-oh-oh che ci fanno sognare… un incubo! (tipo un ritorno di Sandy Marton in duetto con Max Pezzali: sarebbe più sopportabile)
Fuori dall’Hype non è la risposta a Hype Aura dei Coma Cose (si veda la recensione di Luca Roncoroni) come si potrebbe evincere dal titolo. Piuttosto il suo prolungamento estivo, un disco per l’estate del 2019. Ma Un Disco per l’Estate (la manifestazione) non c’è più e siamo ancora abbarbicati a suoni che somigliano inopinatamente a quelli di certe hit balneari degli anni ’80 (non siamo ancora usciti vivi dagli anni ’80, ci eravamo soltanto illusi, ben ci sta). Si può decidere che tutto questo vada benissimo oppure che a noi nun ce sta bene che no. A ciascuno la scelta. Sarà la frattura (o la frittura?) generazionale che ci fa prendere tutto questo con filosofia. Quella di Heidegger però. Nemmeno il Kierkegaard che ci consiglia Zanotti tra un sushi e un John Belushi. Proprio Heidegger: personalmente il Sein (o Dasein) zum Tode non l’avevo mai capito e l’ascolto di questo disco lo ha ineffabilmente rivelato. Siamo (noi) fuori dall’hype… E fanchiulo ce lo diciamo anche da soli…
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