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Qualcosa è cambiato. Si intuisce sin dalla copertina. Su quelle dei primi due album Peter Gabriel sembra giocare: la vena istrionica rigonfia, sul primo chiude gli occhi per mostrarli poi con pupille aliene (argentate) come il mr. Hyde di Albertazzi (bianche) alla TV italiana; per il secondo sembra graffiare il cartoncino da dietro, in un rimando surreale escogitato dal leggendario studio grafico Hipgnosis. Questa volta, per III, sul retro il cantante ha una espressione serissima. Mentre dall’altra parte, quella messa in mostra dalle vetrine dei negozi, il viso di Gabriel è per metà sciolto. In un bianco e nero che sa di Murnau e Kammerspiel. Sensazione rafforzata dalla primissime note e dai rumori per niente rassicuranti che innescano Intruder.

«So qualcosa sull’aprire finestre e porte / So come muovermi silenziosamente per insinuarsi sui pavimenti di legno scricchiolanti / So dove trovare cose preziose in tutti i tuoi armadi e cassetti», canta Gabriel sussurrando in modo inquietante. Per congedarsi con un appena accennato, subliminale, «Io sono l’intruso» che istilla un brivido. Ma la “presenza” che canta Gabriel con un pizzico di sadismo va ben oltre il topo di appartamento e arriva a toccare il mostro da (Il) delitto della terza luna che si ciba di violenza e sangue. Si capisce da subito che III è un decaedro sonoro intricato. Un viaggio all’imbrunire che tra tunnel e deviazioni si insinua nelle profondità sconnesse e turbinose dell’essere umano.

Il disco inaugura l’avvio del rapporto con Kate Bush, che il gossip inevitabilmente vuole anche di carattere sentimentale. La voce della affascinante artista che pochi mesi dopo pubblicherà anch’ella il suo terzo album (Never For Ever) si incanala pungente tra le pieghe di No Self Control, dove l’appartamento di Intruder è diventato noi stessi, l’intruso i fantasmi che ci abitano e rendono preda di bisogni indotti e impulsi incontrollabili: «devo mangiare, sono sempre affamato (…), non so come fermarmi (…), devo alzare il telefono, chiamare qualunque numero (…), so di essere andato oltre, troppo oltre questa volta, e non voglio pensare a quello che ho fatto, non so come fermarmi (…), non ho autocontrollo (…), sai che odio farti del male, odio vedere il tuo dolore, ma non so come fermarmi». Ci vuole coraggio a buttare fuori un singolo che è allo stesso tempo un grido di allarme, una richiesta di aiuto, una dolorosa professione di autoanalisi. Per giunta sorretti da una architettura sonora sghemba e urticante.

I Don’t Remember, dopo una breve intro strumentale (Start) per soli sax-synth-percussioni, introduce Dave Gregory, il chitarrista degli XTC per il quale il Gabriel aveva un debole. Le sue pennate sono rasoiate che affondano nella carne di un pezzo che pulsa come una ferita aperta: il basso corposo di Tony Levin, la batteria tribale di Jerry Marotta, l’immancabile Mr. Fripp che ritaglia solisti impressionisti, e Gabriel a tessere con voce psicotica le sue teorie/osservazioni/illuminazioni sull’alienazione. Estraniazione non solo dal mondo circostante ma anche da te stesso: in un tempo dove ogni cosa che facciamo lascia una traccia registrata, I don’t remember. Non ricordo. Nemmeno chi sono. Meglio, non ricordo soprattutto chi sono. Appellarsi ai ricordi è faticoso, quasi un fastidio, indice di anni accumulati, e l’anzianità oggi è considerata depauperamento e non ricchezza. Per i ricordi c’è Instragram. Le tue foto sul web. Pescare in fondo alla tua memoria, oltre a essere uno sforzo, può essere doloroso.

A un terzo del disco il sentore è che Gabriel abbia trovato la chiave per registrare quelli che coi primi due album erano sogni imprendibili fino in fondo: quelli che si fanno un attimo prima del risveglio e restano nella cornice della mente solo a brandelli. Questa volta il cantante ha fissato l’intera visione, prima nel conscio, poi in studio. E la sovrapposizione delle due registrazioni combacia. Con la cangiante Family Snapshot continua a esplorare incubi e traumi. Le parole nascono dalla storia di Arthur Bremer, che nel 1972 tentò di uccidere George Wallace, governatore segregazionista dell’Alabama, per ottenere – con gli interessi – quell’attenzione che gli era stata negata da bambino.

Su III non ci sono canzoni d’amore. Non in senso tradizionale (un azzardo enorme per chi vuole vendere dischi). Apparentemente lo è And Through The Wire: «E attraverso il filo sento la tua voce (…), la pressione sta aumentando ti voglio (…), e attraverso il filo possiamo parlare». Siamo nel 1980, ovvio che il filo è il telefono. Ma Gabriel canta versi che sembrano anticipatori, in modo impressionante, della quotidianità di questi giorni. «E attraverso il filo vedo la tua faccia»: il telefono fisso è diventato lo smartphone che dà sensazione di potenza illimitata; «e attraverso il filo tocco il potere (…), e attraverso il filo sei al sicuro». Dopotutto con filmati divulgati col cellulare si è portata gente al suicidio. «E attraverso il filo diventiamo così strani, oltre il confine». Apparentemente And Through The Wire è anche l’unico momento di III nel quale Gabriel si ferma per guardarsi indietro, verso II, quando cercava di capire cosa si provi a vestire la tuta sudata di uno Springsteen con passaporto inglese e genealogia di buona famiglia.

Sono pochi minuti di restaurazione prima di riprendere spedito il cammino dell’avanguardia. La Fairlight che può registrare qualunque rumore e replicarlo in ottave è la prima macchina sonora di ultima generazione che affascina Gabriel e impazza su III; l’altra è la drum-machine che genera il respiro di Games Without Frontier. La maggior parte dei musicisti che ne fanno uso all’epoca ne trae battiti artificiali, sussurri glaciali (vedi Gary Numan). Gabriel fa cantilenare la batteria-macchina come un cyborg in parte organico. Nell’alito meccanico c’è calore, al punto che Games Without Frontiers, il singolo che anticipa l’album, arriva al n° 4 delle classifiche UK, al n° 3 in Irlanda, al n° 7 in Canada, e fa bene anche negli USA, dove i lungimiranti discografici della Atlantic hanno risolto il contratto con l’inglese reo di avere registrato un disco che, secondo le loro foruncolose orecchie e un refrain stonato sentito decine di volte, «è un suicidio commerciale».

Not One Of Us sferraglia come un treno diretto, parole («puoi assomigliarci, parlare come noi, ma lo sai, tu non sei uno di noi») e musica. Il brano, tra i pezzi della seconda facciata, il più solido, è un travolgente esempio di (new-)wave sulla cui cresta Gabriel surfa con pungente sarcasmo («c’è solo acqua nella lacrima di uno straniero») che nasce da cristallina pietas. La commovente e rarefatta Lead A Normal Life, che fonde in maniera magistrale l’atavico suono dello xilofono ai gorgoglii sintetici del fade-out, le note di piano di Gabriel eseguite nel modo elementare di chi sta (ri)prendendo dimestichezza con la vita “normale”, e la lacerante lamentosità della chitarra di David Rhodes che pare sotto elettro-shock, riporta il cantante al centro del viaggio, tra le fragilità della mente (in questo caso la malattia), i collegamenti e gli intrecci con la psiche, l’isolamento forzato della società che allestisce spazi di sofferenza definiti istituti di cura. Sono 36 parole in tutto, Lead A Normal Life, articoli compresi. Less is touching. Poesia del dramma. Il finale in stile “stai sereno” di renziana memoria: «Vogliamo vederti condurre una vita normale». Segregato in un campo di concentramento con le stanze dalle pareti imbottite. Legato a un letto di ferro.

Intruder e No Self Control, con Phil Collins e Hugh Padgham capaci di forgiare quel suono straordinario che influenzerà per sempre il modo di registrare la batteria – In The Air Tonight in primis –, e Games Without Frontier, sono i brani che, artisticamente o commercialmente, rappresentano le battaglie che determinano il successo della vittoriosa campagna di conquista (di una fetta) del mondo della musica lanciata con III. Ma il brano che idealmente è la bandiera piantata dai Marines sull’altura di Iwo Jima, e un ponte verso il futuro che sancirà non solo la musica ma anche l’impegno civile di Gabriel da lì in avanti, è per contrasto un inno alla lotta non violenta per i diritti umani attraverso il sentito ricordo di Steve Biko, attivista anti-apartheid sudafricano, di colore, arrestato e picchiato a morte dalla polizia.

Gabriel venne a conoscenza della morte di Biko dal notiziario radio della BBC mentre faceva colazione. Sì appuntò la cosa sul diario e non smise di pensarci fino a quando ne fece la canzone che chiude III. La più lunga del disco, la più semplice nella struttura, la più difficile da rendere credibile: lui, un bianco di buona famiglia, cantare il sacrificio di un uomo di un altro continente che ha messo a repentaglio la vita per ragioni di giustizia. Era l’impresa più ardua del disco e forse dell’intera carriera. Una sfida che Gabriel ha vinto, visto l’apprezzamento di mezzo mondo artistico e non, di Amnesty International, di tantissimi attivisti, di una miriade di fini pensatori di colore. Ma soprattutto la reazione del governo sudafricano, che mise al bando il pezzo: segno che Gabriel aveva colpito il bersaglio, che le sue parole erano centrate, chiare e accusatorie. Anche di più, che quell’improbabile – sulla carta – mix di percussioni africane, torturate chitarre elettriche, cornamuse sintetizzate e cori popolari, funzionava al punto da aprire gli occhi sul problema del apartheid a centinaia di migliaia di persone ignare del problema fino al 30 maggio 1980, data di uscita di III.

Si è scritto e detto che a questo punto Gabriel avrebbe assimilato attitudini punk e new-wave. Può essere; di certo c’è che III è un disco che in qualunque girone musicale volete farlo competere non trova corrispettivo. Il suono è unico. Probabilmente irriproducibile. L’idea di incidere un disco rock (è ancora rock questo?) togliendo i piatti ai batteristi, che prima di abituarsi mulinavano le mani nell’aria alla ricerca di quello che non c’era, è qualcosa di epocale. Lo stesso per gli argomenti che Gabriel affronta. L’architettura insegna che è più facile buttare giù tutto e ricostruire sulle macerie, piuttosto che ristrutturare con una strategia e/o dei vincoli. Vale anche per la musica. La sperimentazione pura, quella profonda ed esaltata dal radical-chic – prendete lo storico e leggendario 4’33” di John Cage, ma è solo un esempio – può fare tabula rasa e suscitare entusiasmi in poche mosse. Risultare paradossalmente immediata proprio per la grandiosa messa in scena dell’incomprensibile (che si può intuire d’istinto).

Fare un lavoro sottile come quello che Gabriel compie con III è – mi perdonino i cervelloni – più complesso e perfino coraggioso: registrare una canzone, termine già di per sé tendente al riduttivo, per farne una capsula del tempo invece di un immediato oggetto di consumo è qualcosa che si avvicina alla più rischiosa della scommesse. Poche cose uniscono pubblico, critica, e come visto gli stessi discografici, tanto quanto l’impazienza di giudicare. E III è disco che non ha bisogno di fretta. Se dopo decenni affascina come il primo giorno, e di più, non bisogna mettergli fretta. III non va sentito, ma ascoltato. Gabriel compie un meraviglioso azzardo, ma è una scommessa vinta in carrozza contro ogni pronostico (vedi la reazione della Atlantic), poiché III diventa il primo album di Gabriel a raggiungere il n° 1.

Dopo avere sottostato ai metodi di registrazione di oltreoceano ed essere (parzialmente) tornato sui suoi passi affidandosi al più british dei guru rock (Bob Fripp), Gabriel mette al braccio la fascia di capitano e assembla una squadra che ha il profilo di quelle che il più delle volte vincono: il giusto, equilibrato mix, di player affermati e giovani di talento che, come si dice in gergo calcistico, hanno fame. Phil Collins, John Giblin, Dick Morrissey, Morris Pert, oltre ai “soliti” Robert Fripp, Jerry Marotta, Larry Fast, Tony Levin, i navigati. Dave Gregory, Paul Weller, David Rhodes, Kate Bush i virgulti. Lui, giocatore/allenatore, lucido e focalizzato come mai prima. E non va sottovalutata la bravura di contornarsi di preparatori atletici (del suono) come Steve Lillywhite (produttore) e il prodigioso (tecnico del suono) Hugh Padgham.

È l’inizio di un nuovo decennio. L’inizio – dopo due false partenze – di una nuova vita artistica. L’inizio di un nuovo, sentito, impegno come essere umano.

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