Shock the Ariston: Peter Gabriel e il lungo flirtare col Festival di Sanremo
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Andrea C. Soncini
- 3 Febbraio 2022
Viviamo tempi esacerbati. Uno dei pochi campi dove le cose col passare degli anni si sono fatte meno esasperate, anzi hanno perso quasi ogni sfumatura di antagonismo, è la musica. Molti anni fa, tra ’60 e ’70, se eri un rocker ti sentivi in guerra con la musica che si trovava dall’altra parte. Disco, soul, musica leggera… erano obiettivi da radere al suolo. Si avversavano con totale disgusto. Non potevi avere amici o fidanzate che ascoltavano quei generi oltraggiosi. Oggi è tutto diverso: non solo esistono convivenze pacifiche per i fan di diversa estrazione, ma spesso non si fa più distinzione tra musica con un alto contenuto artistico e musica così tanto per fare ma soprattutto per ascoltare. (Chiarisco che sto parlando dei “massimi sistemi”: se si scende nel dettaglio del microcosmo, le prerogative iniziali – la musica d’assalto – esistono ancora). (De)Merito del fatto che la musica ha perso la sua connotazione di arma non violenta per cambiare il mondo.
Ma arriviamo al punto: una delle cattedrali della musica da mandare al rogo – idealmente – nel succitato periodo era il Festival di Sanremo. Oggi di fronte al festival della canzone italiana il paese si ferma. Pochi anni fa si rimandò persino un turno di Coppa Italia che coincideva nelle date: e che in Italia il calcio si inchini alla canzonetta è come dire che Federico Barbarossa nella neve in attesa di un benevolo cenno di Matilde di Canossa sia stato un ludico siparietto tra amici in vena di scherzi. Per noi che consideravamo musicisti solo coloro capaci di esibirsi suonando dal vivo e in diretta, figli di lunghi anni di tremenda gavetta, il raduno di quell’accozzaglia di fantocci che cantavano in playback come fosse la cosa più naturale, era vietato da vedere/ascoltare/seguire come sfogliare Playboy per un chierichetto. Poi, come è caduto il muro di Berlino, ecco che un giorno succede l’impossibile.
Peter Gabriel a Sanremo. Come? No ragazzi, deve esserci un errore. O è una bufala. Ho tutti i dischi dei Genesis, LP e singoli (questi ultimi, per band che hanno come misura di lunghezza il quarto d’ora a brano, la suite, il doppio vinile, ritenuti mali necessari); raccolgo i poster, gli articoli, le foto, li ho visti dal vivo ogni volta che il destino mi è stato favorevole, e dopo la diaspora ho trattato allo stesso modo Gabriel, che dopo avere rollato fino in fondo alla pista è finalmente decollato con III (Melt) e con IV (Security) e sta volando oltre l’orbita terrestre.

Se Games Without Frontiers è stato un successo planetario, e con Biko il cantante ha sensibilizzato milioni di persone sul problema dell’apartheid, con Shock The Monkey l’ex arcangelo mette insieme musica e immagini per uno dei video clip più innovativi e suggestivi fino a quel momento. Per farla breve (ma non troppo), tra world, elettronica, quello che solo lui sa fare e non trova neppure definizione – per esempio l’uso della batteria senza piatti –, e l’arte visuale della quale è sempre stato uno dei massimi campioni, Gabriel è uno di coloro, quei pochi, che quando parlate a vostro padre con orgoglio malcelato cercando di convincerlo che quello non è più rock ma una musica che si è elevata fino ad aggrapparsi ai testicoli della classica come una zecca per darle parecchio fastidio, convinti che i parrucconi che stabiliscono categorie e gironi prima o poi dovranno scenderci a patti, beh, Peter Gabriel, proprio lui che a proposito di scendere non si è mai abbassato oltre la soglia del rock più nobile – la base di partenza, il prog rock, nelle cui vene scorreva sangue più blu delle acque del bel Danubio – che fa? Si presenta a Sanremo?
Tutto vero. Quando trapela la notizia arrivano prima sconcerto, poi sconforto, infine l’idea che è meglio farsene una ragione perché sarà il festival a guadagnare punti mentre Gabriel resterà immacolato nella fedina artistica e negli intenti. Ma cosa può avere spinto un artista di tale spessore a partecipare a una farsa come quella? C’è da aspettarsi che gli uomini che gli bisbigliano nelle orecchie abbiano raccontato chissà quali meraviglie (e fandonie), oppure che di fronte a tale trionfo di popolarità abbia prevalso il senso degli affari (Gabriel tiene famiglia: mogli, ex mogli e prole in abbondanza).
Ma al di là delle illazioni vale quanto detto in precedenza: l’ex Genesis brilla di luce propria & infinita, anche se lo mettete a fare musica (e show) in mezzo alla discarica. E nella fanghiglia, mista a guano, del Festival di Sanremo edizione n° 33, numero magico e rituale, con Shock The Monkey il cantante riluce – al netto di ogni inconveniente, come vedremo – alla stregua di un diamante senza prezzo. Che anche i trogloditi che governano il festival sappiano chi hanno di fronte è testimoniato dal fatto che il musicista viene invitato per due date, probabilmente (non ne sono un biografo) un caso unico nell’intera storia della manifestazione: il 4 e il 5 febbraio 1983. Quando arriva il momento degli ospiti internazionali “invitati fuori concorso” fa sapere Andrea Giordana, uno dei belli del periodo, in seconda battuta pensa Anna “mitraglia” Pettinelli a sparare bla bla bla – imprescindibile la ritrita menata del «chiuso e introverso ma sul palcoscenico si trasforma» – e finalmente «con Shock The Monkey, Biter Ghebriel !!!».
E dov’è? Al centro del palco ci sono quattro giannizzeri che si dimenano come in preda al ballo di S. Vito, peraltro soggetto di Moribund The Burgermeister, il primo brano su LP del Gabriel solista a vedere la luce, e dunque non del tutto fuori contesto. Ah sì, Gabriel è in un angolo indaffarato a trarre riflessi distorti da una superficie riflettente irregolare. Ora lo inquadrano in primo piano. Si butta nella mischia dopo la prima strofa. Tutto attorno è fumo da ghiaccio secco, lui vestito di nero, una fascia grigia che gli stringe la vita, guanti e il trucco da scimmia in viso. Non sbaglia una mossa, soprattutto non concede (e si concede) un attimo di respiro.
Di microfono neanche l’ombra. I quattro fessi con creste new-wave continuano la pantomima. Inquadrato da dietro il batterista si scorda di suonare, poi si accorge che Jerry Marotta sul disco non prende pausa e ricomincia a picchiare (fintamente) sui tamburi dietro i quali sta in piedi come si trattasse degli Stray Cats. A proposito: il quartetto di ragazzini al quale per l’occasione venne concesso anche lo sgabello al batterista, è lo stesso che spalleggiava Gabriel a Discoring pochi mesi prima, dove la Pettinelli entusiasta congedò l’inglese in questo modo: “Shock The Monkey, a tutto rock, con Biter Ghebriel”. Ormai avevano imparato la parte ed evidentemente erano piaciuti. O raccomandati di ferro chissà. La canzone è quasi alla fine.
Gabriel si avvicina al proscenio e prende il cappio di una corda la cui estremità opposta è appesa in alto. Sta a vedere che vista la reazione, l’occhio ceruleo e lo sguardo inebetito della platea, ha deciso di farla finita alla sua maniera. Invece no. Prende la rincorsa e si lancia sulle prime file dell’Ariston. Inforca una traiettoria ad arco di cerchio e nel rientrare alla base si abbatte su un monitor che viene sbalzato via. Chissà se glielo hanno addebitato.
Nei concerti dal vivo Gabriel, spalle girate al pubblico, si buttava a corpo morto dal palco, sicuro che i fan lo avrebbero sostenuto e nessuno, ossa giovani ed elastiche, si sarebbe ferito. All’Ariston, conscio delle cariatidi in sala e della osteoporosi dilagante più dell’attuale Covid, opta per una scelta meno pericolosa ma altrettanto d’impatto. Almeno sul monitor. Gabriel come è venuto è andato, non certo per colpa sua. Applausi di rito, nessuna rosa lanciata al suo indirizzo, tantomeno reggiseni o mutandine. Nessuna richiesta di Musical Box urlata dalla piccionaia. Mentre Gabriel esce tra l’incredulo e l’imbarazzato, e ancora indeciso su dove si trovi, qualcuno tra gli spettatori chiede al vicino di poltrona se quello lì che saltava come una scimmia – questo almeno l’aveva capito – era Sergio Japino, il fidanzato di Raffaella Carrà (che la sera prima aveva cantato Ahi!).
Caso unico (attendiamo conferma dagli storiografi della “kermesse”), Gabriel raddoppia 24 ore dopo. Stessa performance fino al momento della fune. Prende la rincorsa e con precisione matematica – la musica si dice sia matematica, no? – al ritorno scardina lo stesso monitor. E fanno due da defalcare dal cachet. Questa volta però nel cantante scatta qualcosa. Non ci pensa un attimo e ancora appeso alla pseudo-liana si butta dal palco e prende a zompare sugli schienali delle poltrone come Benigni a Hollywood la notte degli Oscar. Ma con tre lustri di anticipo. Non dura molto però. Perde l’equilibrio, fa marcia indietro sempre appeso e questa volta atterra rovinosamente di schiena sull’angolo del palcoscenico. Proprio quando cominciavano a volare i primi fiori al suo indirizzo. Chissà se per ammirazione o per tenere lontano, i bianchi e spinosi vegetali unica arma di difesa, l’incauto sovversivo volante
Una botta mica da ridere che deve avere fatto un male boia ma Gabriel assorbe con britannica nonchalance senza emettere un gemito. Le mollezze della Charterhouse sono un ricordo lontano. Sorprendente e sfuggita di mano, l’apparizione si potrebbe definire come “The Sanremo incident”: titolo che veste a pennello tanto per la partecipazione in sé alla orrenda manifestazione, quanto stringendo l’inquadratura sul momento del disastroso atterraggio sulle terga. Fatto sta che nella terra del trionfo delle marionette in playback, e anch’egli costretto all’osceno obbligo, Gabriel – per effetto della libertà coreografica soggetta all’imponderabilità del caso – è riuscito nell’intento di rendere peculiare e indimenticabile la sua presenza.
Ma l’onda lunga di Gabriel a Sanremo non si esaurisce qui. Pochi giorni dopo la RAI trasmette una puntata di Mr. Fantasy dove Gabriel va oltre le righe. Invece della solita ospitata a base di intervista e filmati di repertorio, Carlo Massarini che conduce e Gabriel che veste panni tra The monkey/Assassin’s Creed/E.T. concertano una short story nella quale il giornalista accompagna lo spaesato alieno dietro le quinte del festival cercando di spiegargli di cosa si tratta. Quando Massarini vede lo straniero perplesso gli chiede che cosa ha, se non si senta bene, al che Gabriel risponde “ho paura”. Chi mai avrebbe dato una simile spiegazione?
Seguono una dissolvenza che introduce la clip di Lay Your Hands On Me (da IV); Gabriel che si aggira nel backstage dove incontra Giorgia Fiorio, la più giovane della manifestazione che saluta à la E.T., dito indice contro dito indice; la performance del 4 febbraio; e un’ultima inquadratura sul frastornato alieno che si congeda puntando l’indice e pronunciando “casa”. Prima della registrazione di Shock The Monkey con volo sul pubblico, Massarini e Gabriel avevano avuto un ultimo confronto che tirava in ballo, vagamente, la reincarnazione, e il cantante che profetizzava: “I will come back”. Allora non lo sapeva, ma il fenomeno di Chobham ci ha azzeccato in pieno.

Nel 2003 torna al festival che si svolge insolitamente in marzo. Martedì 4 si confronta con Pippo Baudo e le solite sgallettate (beh, una è Claudia Gerini, peraltro moglie di un musicista) che si devono distinguere non per quello che sanno ma per ciò che vestono. Questa volta c’è anche il tempo per una intervista, ma il tenore della pioggia di tre minuti di domande è da Sanremo. Peccato (per l’occasione persa). Pacato, Gabriel. Incanutito e appesantito trova il modo di stupire entrando nella enorme bolla di plastica trasparente dentro la quale ruota come un criceto sulle note di Growing Up (da Up del 2002), secondo Pippo Baudo “Ggraun Ap”.
Finisce tra sorrisi che non c’erano stati dopo Shock The Monkey diventata shock the Ariston, con il pubblico molto più caloroso della prima volta, e sincera ammirazione persino da parte Pippo. Gabriel non ha detto che tornerà. E vedrete, anzi non vedrete, non lo vedrete più al festival. “Non c’è due senza tre” va bene, una quarta volta sarebbe troppo. Anche per uno che io farei sedere al ristorante, al tavolo di fianco, senza Green Pass.
