Recensioni

Dopo avere rotto l’incantesimo che lo legava ai Genesis – un periodo di miele & magia come quello di Ulisse sull’isola di Circe – Peter Gabriel fa fagotto e s’incammina solitario. Ancora acerbo per leggere la rotta in cielo, si fa condurre dal produttore canadese Bob Ezrin (Alice Cooper, Lou Reed) che gli appronta una ciurma di rocker che sanno quello che fanno e materializzano quello che il cantante per ora sente come un ronzio, alla stregua delle onde radio che gli hanno ispirato Here Comes The Flood, che insieme al Salsbury Hill diventato un hit internazionale bastano e avanzano per dire che sì, un Gabriel non si trova a tutte le audizioni: i Genesis che temono diventi il nuovo David Bowie accaparrandosi i favori dello zoccolo duro dei fan vivono tormenti giustificati.
Gabriel ha fretta, di imparare e recuperare sul tempo che ha impiegato per ricaricare le batterie. Scrive freneticamente e mette insieme una manciata di canzoni che non sono dissimili, in fatto di disparata ispirazione, da quelle dell’album precedente: una antologia di racconti piuttosto di un romanzo unitario. La differenza, rispetto al disco di esordio, la fa la produzione. Il cantante siede al tavolo da gioco e mischia le carte ben bene, un mazzo di carte americane: si ritrova in mano Jerry Marotta, Sid McGinnis, Timmy Capello, e Roy Bittan, il pianista che è uno dei tratti distintivi del suono di Bruce Springsteen. Nella manica ha già una coppia di assi, Tony Levin e Larry Fast che si è portato dal focolare di Bob Ezrin. E un jolly inglese col quale da un po’ di tempo è diventato intimo, che gli fa al contempo da santino e portafortuna. Meglio cercare il favore di tanti dei, e delle chiese più disparate, visto quanto i primi sono volubili. Anzi, Gabriel crede così tanto nel joker che gli affida le chiavi: Bob, arreda tu casa.
Fripp ha già dichiarato che per lui il primo take o giù di lì è buono. Che Gabriel deve vestire prêt-à-porter, niente abiti da sera, nel cassonetto gli sfarzosi gingilli, figuriamoci l’orchestra che il canadese gli aveva piazzato sulla schiena. Dal canto suo l’ex Genesis vuole diventare il cantore della strada, ruolo che ha inaugurato con The Lamb Lies Down On Broadway: da Omero del prog a Dickens del nuovo rock. Il fatto è che l’uomo di Bath, per quanto si spogli delle vesti del passato e provi a incattivirsi – la voce diventa roca e irruenta in molti episodi come solo in precedenza su Back In N.Y.C. dei Genesis, i testi spesso si infiammano –, anche a sporcarsi le mani, a pestare i piedi nel fango, resta un esponente dell’intellighenzia rock, come del resto è Fripp.
Non va mai scordato, però, che le rivoluzioni, anche le più turbolente, siano esse sociali o culturali, hanno alla base un teorizzatore o un gruppo di menti che manovrano il lungo braccio (talvolta sanguinario) della base. Gabriel vuole cambiare pelle ma è sempre Gabriel. L’avete visto sul palco nel 1978, quando partecipa anche ai festival punk? Veste pantaloni e maglietta bianca, e una pettorina arancione come quella degli stradini, dice lui. O come il fratino delle squadre di calcio negli allenamenti, dico io. Sul calcio ci si intende meglio, in Italia. Si è rasato a 1 ma non c’è niente da fare. Resterebbe quello dei Genesis anche se si presentasse nudo: una macchina da spettacolo. Non è una questione di costumi, ma di corredo biologico. Gabriel è un attore nato, quella è la sua natura: ciò che fa sul palco con estrema naturalezza non ha eguali. Figuriamoci nell’aia dei volenterosi di spirito, ma poveri dal punto di vista tecnico, del punk.
Animal Magic, come canta il secondo brano del lato B di PG II, è lui. Il marketing spinge sull’aspetto più aggressivo dell’artista. Gabriel si dimena come un animale – magico – messo in gabbia. È arrabbiato, si divincola, mena colpi (sonori), si atteggia da quel Rael che non è riuscito a portare sul grande schermo, ma si ritrova come un’ombra al suo fianco ogni volta che sale sul palco: metà di II è intriso di sincera insofferenza. Ma c’è un’altra grande anima con la quale Gabriel avviluppa il resto del disco. In mezzo a tanta esuberanza, alla oltraggiosa energia che tutti vogliono spremere da lui nel modo più diretto possibile, il suo lato intimista, forse per mantenere un equilibrio voluto o inconscio, raggiunge altezze mai toccate. Mother Of Violence, Indigo, Flotsam & Jetsam, Home Sweet Home sono oggetto di performance al limite della commozione, per chi canta e chi ascolta. In Mother Of Violence, scritta insieme all’allora moglie Jill che viene accreditata, la madre di tutta la violenza è la paura che genera incongrui mostri e fantasmi, cosa che ognuno di noi sperimenta tutti i giorni. Nella toccante Indigo, le ultime parole di un uomo in punto di morte al figlio («Darling, please just hold my hand (…) / See you again someday / Darling, I’m going away») risultano indimenticabili. L’accorata Flotsam And Jetsam – dal finale degno di certi acquarelli Genesis: For Absent Friends, ad esempio – che raccoglie («Oh love, my love / nothing here is what it seems / We both know it») i cocci di una relazione fallita all’ombra del tradimento è un esempio che la maturità del compositore è lì a un passo. E amarum in fundo, la tragica parabola che appone il paradossale sigillo di chiusura all’album, altro che Home Sweet Home: una giovane coppia che deraglia dal sogno, lei che si butta dall’undicesimo piano col piccolo Sam tra le braccia, lui che si gioca i soldi dell’assicurazione e il beffardo destino che lo fa vincere per avere, quando è troppo tardi, la casa che avrebbe salvato la famiglia. Inizia come una carezza, arrivi in fondo all’ascolto come se ti avessero tirato un jab alla mascella. Un esercizio di rara finezza letteraria associato a un episodio dalla morale pericolosa da maneggiare.
Peter Gabriel II è un cubo – a tratti un incubo – di Rubik dalle tante facciate sonore che non si incastrano subito a dovere, ma se ci lavorate allora svela una sua incoerente coesione fatta di singoli elementi che non necessariamente si attraggono. C’è perfino qualcosa del tutto avulso che in qualche modo Gabriel ha preannunciato senza immaginare l’effettiva portata delle parole. «Questo album è più una manciata di canzoni», dice dopo l’uscita dell’esordio, e già mette le mani avanti: «il prossimo sarà più sperimentale, musicalmente e concettualmente». Quasi a seguire i geni di famiglia – il padre di Gabriel è un ingegnere elettronico –, l’infatuazione del cantante per l’elettronica che va di pari passo con quella di Fripp, e non ultimo il largo spazio concesso a Larry Fast che synth e sequencer li destreggia con rara capacità, la sperimentazione preannunciata sarà soprattutto di genere formale.
On The Air, che apre, è una sorta di summa della faccia illuminata del disco. Da un lato c’è una band quadrata che stantuffa senza sottilizzare, dall’altra una produzione che inocula gorgoglianti loop elettronici ogni volta che può, e lo stesso Fripp che si insinua alla sua maniera, colpendo inaspettato, protetto dall’ombra come quando accompagnava Gabriel dal vivo con l’avatar di Dusty Rhodes, infiorettando con affondi fulminei della Gibson che lacerano il coagulo sonoro. Nello specifico, On The Air è l’ultima concessione al mondo narrativo dei Genesis: racconta del misterioso Mozo (fa capolino anche tra le venefiche spire di Exposure) che trae forza dalle onde radio (seconda dichiarazione d’amore per il fenomeno fisico dopo Here Comes The Flood) che tutto può quando è on the air, ma altrimenti vive in un cassonetto restando ignorato. Gabriel voleva farne uno spettacolo teatrale o un film, ma tutto si risolse come per Rael. Il restante materiale letterario dell’album è solidamente legato alla realtà. Da D.I.Y., l’unico singolo pubblicato che prova a ripercorrere la strada di Salsbury Hill, cantando di prendere il controllo della tua vita e musicalmente tenendo fuori ogni risvolto elettronico, a una Perspective che si fa largo a spallate grazie all’irruenza di Timmy Capello al sax e Fripp che, neanche a dirlo, in pochi secondi lascia il suo marchio a fuoco, a Animal Magic, un rock’n’roll scolastico che narra di virilità da dimostrare tra esercito («joining the professional to become a man») e letto, dove Roy Bittan fa il vero Roy Bittan e gli altri si accodano senza stravolgere il gergo (rock’n’roll). Tutti mezzi d’assalto alle classifiche, dei quali solo D.I.Y., chissà perché, ha trovato la via del singolo – peraltro pubblicato due volte con B side diverse – fallendo la scalata.
La sperimentazione concettuale, quella anelata nelle dichiarazioni, si dibatte compressa tra le volute di una Exposure scritta in cooperativa con Fripp. Una comunione di intenti che porterà il chitarrista a registrare il pezzo anche per il suo esordio solista intitolato allo stesso modo. Una tormentosa escursione tra Frippertronics, ritmi asfissianti à la Can, Gabriel che canta come se espiasse colpe improvvisamente realizzate: un pezzo che si staglia unico sul disco, un corrucciato ma deciso sguardo in avanti verso quel terzo disco che sancirà il definitivo colpo di spugna sul passato di Gabriel. Fatto salvo Exposure, un altro paio di brani sfugge ai due blocchi principali di “rock attacks” e “the dark side”. Sono A Wonderful Day In A One-Way World, un reggae – il virus del periodo che corrompe tutti, al punto che perfino i Genesis ne saranno preda – privato dei noiosissimi riff chitarristici, per venire innervato di copiose dosi di tastiere – il seguito della reprimenda di Selling England By The Pound al mondo posticcio dei supermarket e del consumismo – e la pivotale White Shadow, una ipotesi di quello che sarebbe potuta diventare la sua prima band se Gabriel fosse rimasto. Un testo ambiguo ma estremamente affascinante («Light can be deceptive with her rays / And she comes out like a white shadow»); White Shadow ha quella profondità di campo che non si trova in nessun altro pezzo del disco. Complici Tony Levin, Larry Fast, e un solo di Bob Fripp da peli ritti sulla schiena. Non si capisce perché Gabriel l’abbia cancellata così precocemente dalle scalette dal vivo, dato che si tratta senza (bianca) ombra di dubbio di una delle canzoni più belle della sua intera carriera. Curiosità: va ricordato come nella versione in vinile – un mondo capace di offrire prospettive uniche – il brano che chiude la facciata A finisca in un ultimo solco che si basa sul principio della vite senza fine, continuando a riverberare l’eco dei synth fantasmatici di Larry Fast all’infinito. Lo silenziate solo alzando il braccio del giradischi dal vinile. Chi se l’aspettava? Il cilindro magico di Gabriel non ha fondo.
Peter Gabriel II, diventato negli anni Scratch per esigenze di mercato e perché sulla cover Gabriel si atteggia come a strappare la copertina stessa – un effetto ottenuto incollando strisce di carta lacerate alla foto del cantante, niente di digitale ma solo estro artigianale – non ottiene il successo sperato dai discografici. Manca il singolo che trascini l’album, e Gabriel, cercando di farsi strada dal vivo tra le barbariche tribù punk, sta sbagliando strategia. Non lo accetteranno mai perché mai potranno capire un artista che sta puntando il futuro come un segugio fa con la selvaggina. Gabriel è fautore di visioni e di progetti tesi ad ampliare il linguaggio della musica, i punk sono “no future” e quanto di più lontano da lui. Arrivati in un lampo a data di scadenza e privati di ogni significato nello stesso momento in cui hanno raggiunto il successo e preso a tutti gli effetti il posto di quelle star che volevano abbattere. Tissue tigers, come cantano gli XTC, tacciati di essere punk ma troppo intelligenti per sfiorire e marcire in una frenetica stagione. Tigri di carta. Gli altri potenziali ascoltatori, se rimasti legati al prog rock, preferiscono continuare a scaldarsi agli ultimi fuochi sempre più tenui del genere; altrimenti non sanno bene come interpretare gli ambigui segnali lanciati da Gabriel. Rock’n’roller?, synth-popper?, forever-ex? Troppa offerta; la gente ha bisogno di certezze anche nello scegliere i propri idoli musicali. Tra Bob Ezrin e Bob Fripp, nonostante la buona volontà e il buon lavoro eseguito da entrambi seppur su posizioni opposte, il cantante non ha ancora trovato il miglior mentore. Ma è questione di poco: con III le cose cambieranno drasticamente. Gabriel non sarà più lo stesso, e il pubblico – su vasta scala – comincerà a capirlo.
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