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Nono disco e vent’anni di carriera per gli svedesi Peter Bjorn and John, che continuano a portare avanti una proposta ereditata dalle sonorità emul-indie di inizio millennio, tagliata con la maturità degli artigiani sopravvissuti indenni agli anni ’10.
Il lavoro suona infatti come un mix dei migliori gruppi che hanno costruito le sonorità di qualche lustro addietro: è presente infatti una buona rilettura degli Hot Chip più sbarazzini (il synth-pop fischiettabile del singolo Rusty Nail), tagliati con delle vocal che ricordano in certi punti il primo Elvis Costello (l’inizio di Reason To Be Reasonable), passando anche attraverso un sinuoso rock-soul maturo che farà la felicità di chi ha amato i Pulp più ammiccanti tagliati con chitarrine à la Franz Ferdinand (Drama King). L’album – che aveva come scopo di «trovare un po’ di colori in questo mondo scuro» – persegue a puntino il dichiarato intento smaccatamente pop, grazie a una rivisitazione delle diverse anime del gruppo, passando peraltro attraverso un folk che ricorda anche Simon & Garfunkel (Endless Reruns), i Suede più atmosferici e sciccosi (Idiosyncrasy) e inevitabilmente i Beatles (On The Brink).
Un lavoro maturo, che intercetta una traiettoria positiva, più solare rispetto al precedente Darker Days e capace di costruire un pop piacevole e ascoltabile; vent’anni di carriera fanno sì che questi brani crescano ascolto dopo ascolto grazie alla buona tecnica e alle trovate che creano differenze apprezzabili negli arrangiamenti. A modo loro, Peter Bjorn and John sono diventati un piccolo grande classico.
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