Recensioni

7.0

Meno male che esistono quelli bravi. Ad esempio, quelli bravi a scolpire la frase perfetta. Prendi Tom Waits: la sua “mi piacciono le belle melodie che mi raccontano cose terribili” ha mappato con lucidità spietata la disposizione d’animo di quasi tutti coloro che amano ascoltare la sua musica e quella di un numero incalcolabile di cantautori più o meno rock dal cuore variamente disastrato.
Ho pensato molto a quella celebre frase di Waits mentre procedevo con gli ascolti di (Dis)amore, il nuovo (ottavo) album dei Perturbazione. Ci pensavo, ma sentivo il bisogno di parafrasare. Tipo così: “mi piacciono le canzoni semplici che mi raccontano cose amarissime”. Con quel “semplici” vorrei intendere un po’ anche “prevedibili”, sia pure alla luce della calligrafia della band piemontese, ovvero non certo banali ma casomai conformi a uno stile, a una forma, persino a un livello qualitativo abituato a frequentare piani ben più alti e sottigliezze ben più sottili di quanto non usi l’effettistica a pronta presa di tanto it-pop (cha anzi al loro repertorio qualcosa deve, anche se ne ha utilizzato le soluzioni con l’obiettivo di farne dei trucchi).

Ma torniamo a (Dis)amore: inevitabile pensare anche a Mr. Stephin Merritt e ai concept maniacali di cui si è reso autore assieme alla sua creatura Magnetic Fields, veri e propri album “di scopo” (vedi il recente, ottimo Quickies) che spingono l’arte del songwriting a superarsi percorrendo la linea d’ombra tra ispirazione e artigianato, tra visione e mestiere. Già, mestiere: di quello che governa movimenti, pose, sguardi, strategie, intuizioni e tecnica così da precedere il raziocinio quel tanto che basta per evitare il retrogusto (f)rigido del – consentitemi le virgolette – “progetto”. Ecco, nelle 23 canzoni di questo nuovo album (un terzo esatto di quante ne dedicò Merritt all’amore nell’epocale 69 Love Songs) i Perturbazione mettono tutto il loro mestiere al servizio di un tema, un racconto, una storia che si dipana sfaccettandosi lungo la parabola di uno spegnimento sentimentale, un appassirsi anche emotivo che oltrepassa la sfera del particolare per farsi dimensione collettiva, sorta di destino comune di fronte al quale possiamo soltanto rassegnarci e – peggio – riconoscerci.

Riconoscerci, già. Così come queste canzoni sono del tutto riconoscibili come loro canzoni, dal suono alla forma, dalla levigatezza indolenzita delle melodie al morbido capovolgimento di senso tra e dentro i versi. Lo spettro stilistico copre tutto il catalogo noto, dall’acustico al sintetico, dal cameristico allo psych-pop, esplorando un codice genetico che per comodità (nostra) e attitudine (loro) potremmo chiamare indie, fidando nella capacità di significare con tale termine tutto e niente.

Le tracce ricordano certi episodi defatiganti dei R.E.M. (Mostrami una donna), la tenerezza nervosetta dei Teenage Fanclub (Le regole dell’attrazione) o i siparietti febbricitanti Smiths (Taxi Taxi), oppure malinconie spremute ai primi anni Zero (i Notwist sotto sedativo di Ti stavo lontano), scorie wave (Non farlo) e wave pop (i Talk Talk di Life’s What You Male It ne Il paradiso degli amanti), il cantautorato rock di stampo Benvegnù (Le sigarette dopo il sesso) e retro nostalgie Sixties (La sindrome del criceto, Io mi domando se eravamo noi), ma anche quella specie di Tenco imponderabilmente slowcore in cui sembra riposare il cuore stesso della loro calligrafia dai tempi di In circolo (Le spalle nell’abbraccio, Silenzio). Certo, non mancano momenti più automatici (Conta su di me) oppure fin troppo regolati sui parametri di una radiofonia senza infamia ma anche poca lode (Chi conosci davvero), ma è una quota trascurabile e in definitiva comprensibile (e poi: magari potessero farsi luce nelle playlist radiofoniche canzoni come queste).

Tirate le somme – e ce n’è di materiale da mettere a bilancio – viene da pensare che il reale punto di forza dei Perturbazione di oggi e di ieri sia la qualità dei testi, con melodie e arrangiamenti a fare da ancelle forse non geniali ma sempre accurate, accorate e puntuali, il tutto all’interno di un’intenzione pop che conosce il valore dell’inconsueto, del bizzarro e dello scomodo e ne fa perno espressivo, con buona pace di chi misura tutto sulla scala del virtuosismo e del talent(o). Va da sé che questa caratteristica si esalta nella formula “narrativa” scelta per (Dis)amore, un specie di romanzo breve che procede per stanze, per sequenze che s’imprimono garbate, impietose e sottilmente inquietanti. In tal senso, l’amarezza felpata de La nuda proprietà, la sconcertante Il ragù (crudele come un frammento di Carver) e pure la giocosa Dieci fazzolettini sono come minimo emblematiche.

Tutto ciò all’ascolto rischia di sembrare facile, ma non lo è. No: la semplicità con cui i Perturbazione ci raccontano cose tanto amare non è facile per niente. Soprattutto, non è facile riuscirci con tanta leggerezza, come se fosse il modo più naturale di sfornare canzoni.

Per fortuna che esistono quelli bravi.

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