Recensioni

In un giorno imprecisato di fine anni Novanta, Stephin Merritt stava tranquillamente seduto in un bar di Manhattan quando fu colto da un’improvvisa illuminazione. Di colpo, decise di lanciare una sfida a se stesso, anzi: al mondo del pop tutto. Quello che aveva in mente era un’idea così grande e folle da oscurare tutto quanto aveva realizzato fino ad allora, un’impresa di dimensioni inaudite in ambito pop-rock.
Classe 1966, Merritt crebbe a Boston assieme alla madre, non proprio un angelo del focolare che lo trascinò nel suo fricchettonismo fuori tempo massimo da un concerto dei Jefferson Airplane all’altro, da un fidanzato troppo giovane al successivo. Se non conobbe mai suo padre Scott Fagan, di professione (forse) cantante folk, in compenso al giovane Stephin non mancò il conforto della popular music, di cui fu fervido devoto fin dall’adolescenza. Grazie a questa passione divenne una tale autorità in materia che, trasferitosi in quel di New York, non esitò a proporsi quale critico musicale per riviste come Time Out e Spin.
Correvano i primissimi Nineties. I Magnetic Fields esistevano dall’89, fondati a Boston assieme all’amica Claudia Gonson, tastierista e batterista. Se è vero che Merritt trafficava da tempo con tastiere di fortuna, dando forma a quelle calligrafie che presto diverranno irresistibili, stabilirsi nella Big Apple significò la realizzazione più o meno immediata di questo progetto già facinoroso ma ancora in nuce. Così, il venticinqueenne Stephin, apertamente gay, serio candidato alla depressione cronica, stava per fare al mondo un regalo coi fiocchi, confezionato con amore smodato per il pop in tutte le sue declinazioni, dalle irripetibili alchimie dei Fifties allo zuccheroso malanimo del country folk, passando dalle allampanate allegorie del vaudeville alle mirabilie radianti della psichedelia, per arrivare agli inattaccabili diagrammi della musica sintetica.
Phil Spector, Beach Boys, Scott Walker, Donovan, Nico, Brian Eno, Kraftwerk, Human League, John Foxx, Pet Shop Boys e XTC sono solo alcune tra le figure che compongono un iperuranio di riferimenti eterogeneo ma unificato dalla cocciuta, trepidante devozione di Merritt. I cui idoli principali erano, sono e saranno gli Abba, sul repertorio dei quali mediterà alla stregua di un vangelo. Poi ci sarebbe quel disco, l’adorato Psychocandy dei Jesus And Mary Chain, la cui impronta poetico/stilistica informerà a lungo i passi dei Magnetic Fields, che esordirono con Distant Plastic Trees (Red Flame, 1991), una clamorosa rivelazione capace di farsi largo attraverso una strategia synth pop catchy ma raggelata sotto una patina di vetrose dissonanze.
Stephin decise di restare in disparte, affidando il canto a Susan Anway, vocalist già al lavoro con formazioni punk. Una prassi ripetuta col successivo The Wayward Bus (PoPuP, 1992), solita irresistibile allure pop – anni cinquanta e sessanta sempre più nel mirino – che non sai bene quanto psicotica o astratta, avariata o evoluta. Una clamorosa (doppia) dimostrazione di ragguardevole talento di fronte alla quale appare tanto più sconcertante il basso profilo scelto dall’autore. Non si trattava certo di (s)fiducia nei propri mezzi, e lo dimostreranno i lavori successivi: fin dal terzo opus Holiday (Feel Good All Over, 1993) Merritt mise a disposizione la voce – un brumoso timbro baritonale – alla causa delle proprie canzoni, formula che sembra stabilizzarsi con i successivi, apprezzabilissimi The Charm of the Highway Strip (Merge, 1994) – un concept di dieci canzoni dedicato alla strada – e l’energico Get Lost (Merge, 1995).
A quel punto, per nulla intenzionato a sedersi sulle posizioni conseguite, Merritt imbastì progetti laterali quali il supergruppo 6ths (assieme a Lou Barlow e a Stuart Moxham degli Young Marble Giant tra gli altri), i Gothic Archies (fautori appunto di sonorità cupe, quasi dei Jesus And Mary Chain avariati) e i Future Bible Heroes (nostalgie new wave consumate assieme alla Gonson e al dj Chris Ewen). Ma tutto ciò, come già detto, era destinato a passare in secondo piano di fronte alla sfida che Stephin decise di lanciare a se stesso e al mondo in quel bar di Manhattan in un giorno imprecisato di fine secolo/millennio, nel bel mezzo – non a caso – di quel senso perturbante di crepuscolo che guastava la festa agli entusiasti del nuovo che avanza(va). Proprio così: col pop-rock conteso tra i fasti del suo decennio più ricco e le incognite schiuse dalla crisi incipiente, mentre già le sibille profetizzavano (non senza motivo) il crollo dell’Industria del Disco sotto i colpi incrociati di masterizzazioni e peer-to-peer, il leader riluttante dei Magnetic Fields decise di rilanciare gettando sul piatto una sfida formidabile. Una sfida di nome 69 Love Songs.
In realtà l’idea originale prevedeva la scrittura di 100 canzoni aventi per tema l’amore. Superata l’ebbrezza del momento, il buon Merritt ridusse saggiamente la quota ad un comunque ragguardevole ed eloquente (o semplicemente folle, se preferite) 69. Un po’ come incarnare in una band – nella fattispecie: in un autore – tutta una Tin Pan Alley o un Brill Building, quell’idea di artigianato che attraverso la prassi diventa bellezza, approssimandosi pezzo dopo pezzo a un’idea di perfezione (e non alla Perfezione) in grado di toccare con implacabile leggerezza i tasti giusti, di calcolare pesi e spessore, il miracolo di densità e volatilità. Una Missione praticamente impossibile. Eppure, Stephin ci riuscì: sottoponendosi a un tour de force leggendario (due o persino tre canzoni abbozzate ogni giorno), calando sul tavolo tutti gli espedienti, l’esperienza, le prassi, le regole. Se stesso, pure, cantante mai tanto versatile e franco, sebbene nascosto dietro la strabordante sovrastruttura dell’impresa, anzi forse – pensateci un attimo – proprio a causa di questa straordinaria cortina fumogena, dietro la quale poteva permettersi una pantomima in piena regola senza dare troppo nell’occhio. Impegni vocali comunque divisi con la fedele Gonson – molto maturata – e con ospiti quali Dudley Klute, LD Beghtol e Shirley Simms.
Tre i CD, 23 pezzi in ognuno, durata media 2′ e 30” (27 secondi il più breve, 5 minuti il più lungo). Folk, vaudeville, electro, chamber pop… Le solite cose, ma il punto è che: ci sono proprio tutte, invitandoti ad apprezzare il dettaglio – il palpito nella canzone, nel ritornello, nel verso, nell’accordo – così come la visione d’insieme, così generosa da rasentare la categoria del monumentale. Non starebbe in piedi una roba del genere se non fosse per la qualità della scrittura, che a tratti – certo – mostra una certa inevitabile spossatezza, ma sa mantenere un livello medio incredibilmente elevato, con frequenti picchi di paradiso. Tanto che il povero recensore, dovendo selezionare qualche titolo, viene colto dalla sindrome del: “e questa come faccio a non citarla?”.
Esercitando quindi un criterio quanto più stretto la ragione e il cuore possano escogitare, potremmo estrarre dal bussolotto la vibratile delicatezza fifties di All My Little Words, i sussulti da Low fanciulli di Come Back To San Francisco, l’estro Paul Simon di World Love, il Morrissey sabbioso di Bitter Tears, il brodo onirico 80s di No One Will Ever Love You, gli UB40 via Elvis Costello di It’s A Crime, il Lou Reed giocattolo di Fido Your Leash Is Too Long, il Nick Cave marionetta di Underwear e quello fiabesco di Blue You, una I Shatter come potrebbe un John Cale robotizzato, gli Yo La Tengo cameristici di The Way You Say Goodnight, le sgangheratezze gelbiane di Love Is Like Jazz e quelle clashiane di Punk Love, i barbagli Elvis alle prese con l’orchestrina intimista di My Sentimental Melody, quella sorta di placido distillato Marc Almond che risponde al nome di Very Funny, i Go Betweens caliginosi di When My Boy Walks Down The Street (cantata – ovviamente – dallo stesso Stephin con entusiasmo purissimo), quella Kiss Me Like You Mean It che grattugia un cuore country modernista…
E via discorrendo, in un equilibrio vertiginoso di quantità e qualità (e profondità, e intensità) che lascia senza fiato che rende 69 Love Songs un lavoro senza precedenti e – con ogni probabilità – irripetibile (malgrado il Nostro ci sia andato vicino con l’ottimo 50 Song Memoir). Il disco che potrebbe escogitare e realizzare insomma chi desidera passare alla storia con la risolutezza di chi sa travolgere tutto restando in punta di piedi. Rimanendo vassallo nel momento in cui agisce da imperatore: non è anche questa, a suo modo, una definizione (o una dichiarazione) d’amore?
L’amore, già. Qualcuno, non ricordo chi, un giorno ha detto che ogni canzone è una canzone d’amore. Forse è vero, forse no. In ogni caso, della stretta, gioiosa, labirintica, ineffabile relazione tra canzoni e amore, questo (triplo) disco è la definitva sublimazione. Merritt seppe vincere la sua sfida, come dire, per incapacità: l’incapacità di distinguere tra amore per l’amore e amore per le canzoni. Come se fossero, pensate un po’, la stessa cosa.
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