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6.9

I Perturbazione ci dimostrano come sia possibile fare del buon pop-rock in italiano senza che le parole sgomitino tra metriche smozzicate, senza che l’intuizione melodica scordi l’espressività, senza che la ricerca (disperata) di uno stile prevalga sull’arte di confezionare un buon pezzo. Non sono dei geni, però sembrano tremendamente consapevoli di quanta differenza può fare un arrangiamento ben calibrato, una trovata al momento giusto, il giusto mix tra freschezza e pensosità. Ciò che basta a tracciare un solco incolmabile tra i loro manufatti e le insulsaggini modello Pezzali. Perché chiunque può imbroccare la sequenza di accordi o la melodia adesiva e via una canzone, ma sono pochi quelli che le sanno nutrire, vestire e mettere in piedi, finché non c’è bisogno d’altro e camminano da sole.

Nello specifico, questo Canzoni Allo Specchio non possiede che in parte il brio del predecessore (In Circolo, 2002), ma può contare su quel pizzico di maggiore equilibrio portato in dote dalla maturità e soprattutto su una più lucida produzione (a cura di Valerio Soave più l’apporto “artistico” di Paolo Benvegnù). Il risultato è uno smalto elegante che leviga un ordito di tenere irrequietezze, che esalta gli intrecci di ottoni e tastiere, che stempera i sobri contributi delle elettroniche e dei cori, che fa incontrare nella stessa ombra l’arpeggio “jingolante” delle chitarre e il mantice del violoncello (magari con quest’ultimo si tende un po’ ad eccedere, eh…). Belle dunque le orchestrazioni, abili a nascondere il lavorio sotto una parvenza d’immediatezza. Come nel valzer tra il mesto e l’enfatico di La fine di qualcosa, in cui tra flauto e violoncello spuntano ricami cyber e una drum-machine accartocciata non distante da certi Mùm. O come in quella specie di febbre notturna che è A luce spenta, mood dolciastro su bruma di basso e batteria, i cartigli distorti di Jukka Reverberi alla chitarra, il Korg baluginante di Luca Di Mira e la flautata risolutezza della voce di Rachele “Baustelle” Bastreghi.

Il meglio a parer mio arriva però dai bozzetti un po’ seri un po’ faceti – ovverosia quintessenza Perturbazione – di Animalia (geniale pop-soul che tratteggia drammi socio-esistenziali con trepida levità) e Seconda persona (up tempo tra il malinconico e lo squillante con la Bastreghi ai cori), ma anche la conclusiva Il materiale e l’immaginario m’intriga con quella profusione d’impalpabili complicanze (l’harmonium che pigola un bozzetto à la Lucy In The Sky With Diamond, voce aggiuntiva di Francesco “Baustelle” Bianconi, preziose spennellate di ottoni per un palpitante sdilinquimento jazzy). Il resto, a parte qualche concessione al pilota automatico (la solenne prevedibilità di Se fosse adesso e il fiacco empito valzer di Spalle strette, e-bow e coretti come certi tardi REM), si muove sbrigliato e guizzante, come il perspicace miscuglio tra Housemartins e Gino Paoli di Chiedo alla polvere (non a caso il primo singolo), l’onirica Canzone allo specchio (che tra chitarre uggiolanti e arricciamenti melodici sfoggia un evidente marchio Benvegnù) e l’ingannevole fatuità di Se mi scrivi, che sotto scemenze Pavement e stupidario adolescenziale rivela arguti esercizi testuali (“così sto dando i numeri e non trovo una via/ chiedo clemenza al mio gestore di telefonia/ unite le onde del destino/ al mio telefonino”) e sonori (il gustoso turbinio di trombe, trombone, sax ed elettroniche).

Buon disco insomma, onesto nella concezione, nella realizzazione e nel prezzo (lo “consigliano” a circa 15 €). Certo, gli manca la traccia trainante, una con la presa lieve e struggente di Agosto, ma con quello che si sente in giro (in questi chiari di luna sanremesi) non dovrebbe faticare a guadagnarsi un po’ – almeno un po’ – di meritato airplay. Magari senza dover attendere l’anno prossimo: per quanto riguarda l’anticamera, i Perturbazione hanno già dato abbastanza.

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