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Il requiem è una composizione musicale al servizio di celebrazioni per i defunti. Esiste il celebre requiem in re minore di Mozart, la messa da requiem di Verdi e ora, tra gli altri, ascoltiamo il requiem di Penelope Trappes, giunta qui al suo quinto album in studio. L’approccio non si discosta molto rispetto al passato, perché anche questa volta la via per la composizione passa per un volontario isolamento. La Nostra decide di ritirarsi in Scozia, in modo da accedere più facilmente alla vena creativa e per facilitare quella che per sua stessa ammissione è una sorta di prolungata session di dialogo con i morti.
Doveva essere il consueto conciliabolo di fantasmi, per lo più familiari, ma questo tête-à-tête con i propri demoni si è trasformato in una sorta di morte e rinascita di se stessa, sulle note del violoncello, strumento per cui non ha nessuna preparazione musicale, ma con cui si è totalmente immedesimata: “L’ho abbracciato, tenuto in mano e sono diventata tutt’uno con esso, come un modo per accompagnare la mia voce. Le corde del violoncello sono diventate corde esterne delle mie corde vocali… …mi sono appoggiata su di esse ed ho evocato tutte le trame che potevo raccogliere”.
Chi ha già dimestichezza con le sonorità della musicista di Brighton sa quali atmosfere tendono ad essere evocate. È una gradazione variabile tra lirismi da primo catalogo 4AD e un certo modo di intendere il suono folk, inteso nella sua dimensione più ascetica e astratta. I brani di questo disco spesso passano per un sentiero liturgicamente teatrale e artatamente gotico, che sembra attingere ad uno scenario prossimo alla Diamanda Galas meno arcigna e ruvida.
Brani come Bandorai e Platinum proiettano rituali antichi (le druidesse celtiche) su un fondale cinematografico, fatto di droni insistiti e riverberi profondissimi che danno una vertigine di vastità e isolamento. Altri, come il secondo singolo Red Dove, traducono tutto questo in aerei lied malinconici. Dolore, perdita e trasformazione sono presenti in ogni traccia in un album che è lontano anni luce dall’easy listening e dai dettami più commerciali di qualsiasi algoritmo. A Requiem invita l’ascoltatore a perdersi nei suoi silenzi e nei suoi vuoti tanto quanto nei suoi suoni.
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