Recensioni

7.3

Per un marchio come Pantha Du Prince oramai accreditato tra i nomi hype della sperimentazione elettronica – vedi il coinvolgimento in vari remix tra i quali quello per Phillip Glass – ci voleva un’idea semplice quanto potente, pensata in grande ma nata da un semplice spunto della quotidianità.

E’ quello che è successo durante l’estate del 2010, quando Hendrik Weber in visita nella capitale norvegese rimane stregato dall’imprevedibilità tonale e di frequenza delle campane della City Hall della città. Assieme ai curatori locali Mattis With e Håkon Vinnogg, e di seguito con il compositore elettroacustico Lars Petter Hagen, nasce così un’esplorazione nel mondo dei bell carillion che lo porta alla realizzazione di Elements Of Light, un lavoro dedicato agli elementi costitutivi della luce.

Già nel precedente Black Noise, il producer aveva manipolato digitalmente, tra gli altri, il suono delle campane. Qui il tedesco le libera dalla mimetica sampledelica predisponendo un loro utilizzo sia in grande come orchestra, sia indagandone il misterioso comportamento basale. Elements Of Light presenta una sinfonia per sessantaquattro campane di bronzo azionate tramite tastiera a cui s’aggiungono non solo il caratteristico climax deep di Weber – cassa in quattro house – ma anche un lavoro al cesello di percussioni live, marimba, xilofono e cimbali. Tutti elementi aerei che vanno ricondotti al concept dell’album.

I richiami dell’opera e le sue modalità sono confinati tra minimalismo, jazz, gamelan e la musica sacra, con tutto un corollario di John Cage, Iannis Xenakis, Steve Reich, LaMonte Young e Moondog taggabile e citabile. Nondimeno, l’operazione si colloca anche sia nell’oramai consolidata formula da live set a teatro di derivazione deep (Brandt Brauer Frick ma anche l’intorno dei live di Moritz Von Oswald e Carl Craig) con una band (Vegar Sandholt, il percussionista Martin Horntveth dei Jaga Jazzist, Erland Dahlen dei Nils Petter Molvaer Trio, Håkon Stene dell’accademia di musica norvegese e Heming Valebjørg della Oslo Philharmonic Orchestra) già coinvolta nelle session (e in una data live zero al Øyafestival 2011 di Oslo), sia in certi rivoli del neo-folk mid 00s – Colleen – che appunto sconfinavano nel magico da una base di minimalismo.

Non parliamo di un lavoro innovativo o avant, quanto di una fusione tra classica e modern electronics. Quarantacinque minuti di un percorso già consolidato dentro e fuori la ragione sociale Pantha Du Prince, oltre che una nuova tappa tra scrittura (su spartito) e layering (digitale) che fa della suggestione carillon un perno, ma non il feticcio. Viaggio affascinante, con alcuni momenti sublimi (Ascolta l’album su NPR)

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