Recensioni

Era l’anno di(s)grazia 2001, quello dell’inizio della fine di tantissime cose (movimenti, geopolitica post-WWII, ecc.) spesso e (mal)volentieri affogate nel sangue più o meno metaforico, quando vedeva la luce sulla label diy Bar La Muerte, Assassine, il disco d’esordio di un duo chiamato OvO. Un quarto di secolo dopo, gli OvO di Bruno Dorella e Stefania Pedretti sono una delle esperienze più longeve ma soprattutto più rispettate, più integre, più trasversali dell’underground italiano come mondiale. Collaborazioni a 360 gradi, tour in ogni luogo e ambito del globo terracqueo (dagli squat ai teatri, fino ai festival più rinomati), una discografia ampia e varia tra etichette di culto e formati vari (7”, split, cd, cassette… forse manca soltanto il cilindro di cera) nella loro ampiezza non danno la misura dell’universo Ovo.
Giusto quindi celebrarne il venticinquennale con quello che sanno fare meglio, ovvero un disco in cui spostano ancora altrove l’asse della propria proposta, a dimostrazione di una curiosità e di una fame di input nuovi che ha sempre caratterizzato il duo: con un particolare, ovvero riuscire sempre, sistematicamente a essere riconoscibili. Nel caso di Gemma, non casualmente definito come una sorta di “manifesto di trasformazione”, la dimensione aggiunta in gradazioni ovviamente diverse tra pezzo e pezzo è quella elettronica virata metal, memore della matrice industrial primi anni ’90, deprivata ovviamente della cafonaggine che caratterizzava buona parte di quell’ambito e, anzi, resa in forme mai troppo ostentate ma piuttosto quasi subliminali.
Il battito sottocutaneo in modalità carpenteriana, ovvero quasi horror-sci-fi, di Orocromo o quella specie di trip-hop del sottosopra che fornisce la spina dorsale al devasto black-sludge dell’opener Gemma ne sono perfetta sintesi. Anche se altrove l’alchimia è diversa e le proporzioni variano, la miscela rimane altamente esplosiva e, insieme, esplorativa: accade in quella sorta di Fear Factory revisited di Stagno, chirurgia metal per corpi in decomposizione; accade in Opale, lunga nenia industrial-dance per dancefloor posseduti da spiriti alieni in cui è ospite l’ennesimo spirito affine al duo, ovvero Martin Kaja aka Lord Spikeheart; accade in quella lunga processione mefitica che è Diamante, harsh-possessione e violoncelli post-apocalisse (appannaggio di Paige A. Flash, già con Cult Of Youth) e nel gran finale doom(y) di Fossile, lenta litania della avvenuta trasformazione.
Sì, perché i più attenti avranno notato che i titoli rimandano tutti a elementi chimici e metalli che rimandano alla dimensione alchemica per cui Gemma può essere letto come una sorta di concept sulla rigenerazione, sul cambiamento, sulla trasformazione. Cosa che a ben vedere, per le questioni suaccennate, è a pieno titolo nelle vene degli OvO.
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