Recensioni

Ostkreutz apre le danze con un basso-batteria caterpillar da chiamata alle armi, e poi trascina tutto giù all’inferno con la voce della Pedrelli.Tiki 2020 segue a ruota sfornando note faheyiane all’osso prima di detonare in un funkettone wave-jap-noise industriale isterico quanto asciutto.Case Bruciate è un compresso sludge free abraso e luciferino, suonato nella NY No di fine ’70 e cantato con una grazia primitivista.
Si potrebbe continuare così per tutti gli 11 pezzi dell’album e se non lo si fa, è solo per evitare accuse di verbosità gratuita. Ma la musica del progetto OvO, la più inclassificabile eppure immediatamente riconoscibile proposta musicale degli ultimi mille anni (in assoluto), implica per forza di cose il ricorso alla interpretazione soggettiva di chi scrive/ascolta. Bruno e Stefania hanno creato infatti un suono che è loro in maniera esclusiva; fatto, sì, dell’inarrestabile triturazione di un range di influenze sconfinato ma sempre, istantaneamente non associabile ad altri che non a loro; e però sempre capace di toccare le corde più profonde di chi ascolta.
Grosso pregio questo. Soprattutto quando a cambiare sono (lievemente) le coordinate sonore: sempre sofferte, travagliate, mai liberatorie, ma qui più inclini – come sin dal titolo ci si premura di rimarcare – ad affrontare nuove vie meno schizoidi e più compattamente corpose. Di base però resta sempre marcata quella peculiarità del duo: il saper comunicare un senso di appartenenza, di compartecipazione ad un rituale privato, forse orgiastico, forse voodoo, forse esorcistico.
Cosa si può dire di più dell’esperienza OvO che non sia già stato detto?
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