Recensioni

Se dovessimo stilare un report sulle eccellenze musicali italiane all’estero, avremmo premura di dedicare spazio sufficiente ad Alessio Natalizia. Se questo nome non vi dice granché, basti sapere che a partire dal 2013 ha realizzato numerosi album e singoli con lo pseudonimo di Not Waving (e si è fatto notare in precedenza, tra i vari progetti solisti e collettivi, come metà del duo elettronico Walls lanciato dalla Kompakt). Non solo le produzioni ma anche la curatela: Natalizia è infatti la mente dietro Ecstatic Recordings, poliedrica etichetta con sede a Londra.
Cosa fa da collante tra le produzioni di Not Waving e il variegato roster di artisti apparsi su Ecstatic? Lo spirito punk. Non punk inteso strettamente come genere – nonostante i lavori usciti sulla Diagonal di Powell siano un esempio di techno-punk diretto e senza fronzoli – ma punk come attitudine, quel faccio-che-cazzo-voglio in barba a convenzioni e prevedibilità. Stiamo parlando di un artista capace di coniugare fisicità techno, escapismo ed epica synth-etici, cavalcate EBM, nervosismo wave e claustrofobia industrial. Spesso all’interno di uno stesso album. Mentre il catalogo Ecstatic passa senza soluzione di continuità dall’ambient più eterea alle sperimentazioni elettroniche più cerebrali, da episodi pensati per il dancefloor ad altri che trovano piena realizzazione nel raccoglimento dell’ascolto privato e individuale. Vincoli e limitazioni, dunque, non sono ben accetti in casa Natalizia.
Quest’ultimo album, How To Leave Your Body, è un punto di continuità e rottura con le produzioni più recenti. Ritroviamo il lato meno club-oriented del Nostro, intriso della stessa solennità e delle stesse aperture ambientali della colonna sonora Futuro, e degli album a quattro mani con Jay Glass Dubs e con Romance. Così come ritroviamo un artista intento a lavorare sinergicamente con collaboratori illustri – chiamando qui a raccolta il dream team composto da Marie Davidson, Spivak, Jonnine Standish, Mark Lanegan e Jim O’Rourke.
Ma il passo in avanti, o meglio di lato, è quello di aver dato alle stampe l’album più ‘pop’ della discografia di Not Waving. Rispetto alla densità precedente, vuoi per durata dei brani vuoi per il loro contenuto, How To Leave Your Body suona più leggero. Le sue tredici tracce scorrono senza frizioni, che durino due minuti scarsi o cinque abbondanti. Certo, alcuni episodi non convincono del tutto (Define Normal stona con il mood complessivo dell’album, Risentimento è un inserto tutto sommato trascurabile), ma nel complesso si tratta di un ascolto soddisfacente.
La bravura di Not Waving sta nel creare un’atmosfera coerente, all’insegna di un ripiegamento intimista e malinconico di un artista che suona sincero nel tratteggiare momenti di stallo esistenziale (When You’re Quiet), sensazioni agrodolci (il quasi-post-rock dell’iniziale 99, i synth evocativi di You’re Always Younger Than The Future), l’alternarsi di tensione (Self Portrait) e rilascio (My Best Is Good Enough). Ma il meglio viene dalle collaborazioni, soprattutto il tris al femminile Davidson-Spivak-Standish. E così Hold On è una cartolina audiovisiva in presa diretta dall’adolescenza (guardare il video per l’esperienza completa), una storia di evasione, amicizia, libertà e amore narrata dallo spoken word di Marie Davidson innestato su base neo trance rarefatta simil-Barker. «Friendship is a word so hard to describe / in our hearts we hold the key», racchiude tutta la jouissance adolescenziale, quel surplus di vitalità che sfugge al giogo delle parole. A seguire, Spivak offre il suo canto della sirena che squarcia nubi di synth nella claudicante e misteriosa Never Ready, che fa il paio con l’apparizione della cipriota su Our Reversed Uniform nell’ultimo album di Jay Glass Dubs e arriva a qualche mese dal suo debutto solista proprio su Ecstatic. Da Cipro all’Australia, l’altro preziosissimo contributo vocale al femminile è quello di Jonnine Standish – leader degli HTRK – con cui Not Waving allestisce un synth pop tanto delicato quanto dolceamaro, legato a filo diretto col languore esibito da Jonnine negli ultimi album con la sua formazione. «I see in a different light / Your morning my night » canta l’australiana in My Sway, cui risponde poco dopo Mark Lanegan, che nel cantautorato di Last Time Leaving Home pt.2 esordisce con un solenne «Griever, don’t you grieve for me».
Questa sorta di diario personale che è How To Leave Your Body si chiude infine all’insegna di una (ri)trovata accettazione di se stessi di fronte alle asperità poste davanti a noi dalla vita. O perlomeno, è ciò che lascia intendere l’eloquente titolo My Best Is Good Enough, impreziosito da Jim O’Rourke. Un ambient-drone etero, culla e compimento di ciò che il titolo dell’album si prefigge: per sei minuti e sei secondi la coppia Natalizia-O’Rourke riesce a traghettarci altrove e ad alleggerirci dal peso e dalle costrizioni corporee.
Il ritorno alla realtà, ad ascolto terminato, porta con sé una rinnovata leggerezza. Poco importa se e quanto possa essere duratura.
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