Recensioni

7.5

Jay Glass Dubs, alias di Dimitris Papadatos, è uno dei musicisti elettronici più interessanti saliti alla ribalta negli ultimi anni. In breve tempo ha già prodotto numerosi EP, progetti collaborativi, mixtape e due album, e ad ogni nuova tappa presta fede alla parola magica con la D presente nel suo moniker. A detta dello stesso artista, «Jay Glass Dubs is an exercise of style focusing on a counter-factual historical approach of dub music, stripped down to its basic drum/bass/vox/effects form». É questo approccio di riscrittura storica che gli permette di non autoconfinarsi in alcuna ortodossia. Il suo curriculum discografico vanta apparizioni su alcune tra le label più rispettate nell’underground elettronico britannico e non solo, come Bokeh Versions, Ecstatic, e Berceuse Heroique. È proprio in casa Berceuse che Jay Glass Dubs torna per il suo secondo album, Soma.

Sin dai primi secondi della solenne One Hundred Seven, apripista perfetto, Soma vede un Jay Glass Dubs in stato di grazia infondere lo spirito del dub su un amalgama sonoro che va ben oltre gli stretti confini di un genere. Nelle sue mani il dub diventa uno spirito guida, una visione in nome della quale terraformare un personale universo idiosincratico, in grado di rigenerarsi e declinarsi in sfumature differenti ad ogni uscita ma mantenendo quella coerenza autoriale di fondo che lo rende immediatamente riconoscibile, come pochi artisti nel panorama elettronico recente sono stati in grado di fare (Shackleton, Andy Stott, Burial e Actress su tutti).

Come diceva Nanni Moretti, “le parole sono importanti”. “Soma” significa “corpo” in greco. Difatti, non è azzardato intendere Soma come un corpo, nella doppia accezione di entità fisica – tutti i brani, anche i più diafani, manifestano una fisicità immediatamente percettibile, quasi il suono si facesse corporeo – e di insieme eterogeneo e coeso di differenti organi e arti, la cui globalità va oltre la somma delle parti. Allo stesso modo, i brani qui proposti sono articolazioni di una totalità in cui anche ciò che apparentemente devia dalla norma – l’adrenalina su sfondo gotico a ritmo drum’n’bass di Now Set Up, immaginate i Dead Can Dance in studio con Goldie; l’improbabile quanto ben riuscita dancehall imbevuta di psichedelia in Suffix Harness, o il droning cosmico di Invar, sapientemente posto in chiusura – di fatto si va ad incasellare armoniosamente col resto dell’insieme. E questo perché, se proprio volessimo parlare di una norma che attraversa Soma, sarebbe quella del non-rispetto di dogmi e ortodossie di stili e generi, ma anche di tempi e luoghi.

C’è il flirt con il trip hop, qui più ingombrante che in qualsiasi produzione precedente. Basta ascoltare Apple, Sliced o Dots on Nails per riesumare il fantasma dei Massive Attack più claustrofobici e costruire un ponte immaginario fra Bristol e Kingston. E se agli scenari cupi preferite la luce soffusa, se siete alla ricerca di brani che vi scaldino il cuore pur senza essere prevedibili e melensi, ecco che le perle dell’album vengono offerte dalla collaborazione con due artiste talentuose la cui voce suadente e languida si sposa alla perfezione con le architetture riverberate del Nostro. Jasmine Butt (già Young Echo e Jabu) conferma quanto di buono fatto sinora su Shape, capolavoro dilatato e onirico, tra i brani più belli ascoltati da chi scrive in questo 2020; la seguente Our Reversed Uniforms vede invece Spivak cimentarsi con un ottimo dream dub farcito di riverberi e lascivia, come se gli HTRK volessero restituire lo spirito delle gloriose serate londinesi DMZ. Ma in queste 14 tracce c’è spazio per tante altre declinazioni di un sound che è ormai un eccellente marchio di fabbrica: A Mammoth Cloud, Wagon Prophet e Barked (con Yorgia Karidi, già presente sul precedente Epitaph) sono un groviglio di percussioni, linee di basso ed effettistica psicotropa, fedeli allo spirito dub nella riduzione della forma-canzone allo scheletro di drum-and-bass, ma originale nel passaggio dalla teoria alla pratica. E ancora, l’altalena tra pieni e vuoti di The Wrong Frame, farcita da vocals simil Karin Dreijer ai picchi del suo espressionismo canoro; How Glass Bred (feat. Danai Nielsen) è la ballata dell’album, e rimarca il collegamento a filo diretto con la Bristol dei ‘90s; mentre su ritmi e mood diametralmente opposti abbiamo l’ottima Your Raps con la combo di voci lontane e nebulose su un beat che riunisce in un sol colpo l’incedere dub e gli hihat trappeggianti.

Soma è la conferma di quanto sia riduttivo considerare Jay Glass Dubs solo un producer; possiamo affermare senza timori che è un autore a tutti gli effetti, un demiurgo che chiama a raccolta le muse/cantanti adatte a rendere ancor più vivide e toccanti le sue creazioni. Con quest’ultima fatica, Papadatos taglia un traguardo importante nel suo personale percorso di riscrittura del dub – e trattandosi di un genere già nato come sovra- e ri- scrittura di canzoni preesistenti, quella del Nostro è quindi una riscrittura al quadrato.

Dub: termine associato solitamente al misterioso ma freddo sciamanesimo tecnico-tecnologico dei pionieri dei 70s, alla fisicità virulenta delle dancehall britanniche negli ’80 e ’90, e nel nuovo millennio accostato alla claustrofobia e alla pressione sonora del dubstep. A questa tassonomia psicoemotiva, Jay Glass Dubs aggiunge un tassello prezioso: l’apertura emozionale. Sì, perché con lui lo spirito dub tocca – perché vi punta intenzionalmente – anche il cuore, oltre che la testa e la pancia. Non è cosa da poco.

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