Recensioni

In pratica è un po’ come se ci stessero dicendo che dovremmo rinunciare a Ciajkovskij e Dostoevskij per berci certe produzioni delle piattaforme online statunitensi e che dovremmo anche combattere per questo perché ne va della nostra libertà. Certo. Tipo che te ne fai de Le notti bianche quando la notte in bianco la puoi passare guardando fetecchie in abbonamento televisivo, o di Delitto e castigo quando Faccia di cuoio di delitti ne compie in serie e non sconta mai castighi.
Non aprite quella porta è un po’ come Batman, un evergreen buono per tutte le stagioni che irradia ispirazione per infiniti possibili sviluppi. E dopo essere stato rifatto, rivisto e rimasticato in tutte le salse, eccolo ora in formato 2022 per la gioia (?) degli horror fan odierni cresciuti a pane e serie TV.
Facciamo brevemente ordine. Il celebre franchise inaugurato da Tobe Hooper nel 1974 (primo capitolo più tre seguiti canonici usciti nel giro dei successivi vent’anni) ebbe una prima riviviscenza all’alba degli anni 2000 con il (pregevole) rifacimento a firma Marcus Nispel, a cui seguì il prequel Non aprite quella porta – L’inizio (2006) e il sequel (però con nuovo aggancio alla pellicola originale) Non aprite quella porta 3D (2013). Finita? Macché. Nel 2017 arrivò anche Leatherface, altro prequel ma del primo film, per non parlare poi del relativo codazzo commerciale sgomitolatosi nel tempo tra fumetti, merchandise e perfino un videogioco. Questo per dire che il marchio travalica le epoche e in fondo è giusto che anche la lobotomizzata generazione Netflix ne abbia la sua versione. Altro discorso è la qualità, ma di quella ormai pare si possa fare tranquillamente a meno. La pellicola diretta da David Blue Garcia non va infatti per il sottile e ci presenta uno sciatto adattamento buttato lì nient’altro che come scusa per far scorrere ettolitri di sangue. La ratio sarebbe quella di dare un seguito all’opera capostipite invalidando la continuazione del 1985 (e quella del 2013) a suo tempo concepita dallo stesso Hooper al punto che adesso serve davvero uno schemetto per capirci qualcosa nel ginepraio di episodi avanti e indietro nel tempo.
Texas Chainsaw Massacre 2022, disponibile sulla famosa app streaming video online USA a partire dallo scorso 18 febbraio, è una variante fin troppo inamidata di una storia che invece aveva nella brutalità, nella puzza di carne lasciata marcire al sole, nella violenza, nel sadismo e più in generale nel politicamente scorretto e nella rozzezza tipicamente confederale, la sua ragion d’essere. Qui invece tutto è leccato: c’è l’aroma sudista ma più carnevalesco che altro, la spruzzatina di modernità con l’immancabile carneficina in diretta sui social, quella di progressismo d’accatto che si respira in tutta l’ora e venti di dialoghi insulsi, la bonazza bionda che naturalmente finisce per prima sotto la mannaia dello psicopatico omone protagonista e l’immancabile eroina aiutata da un’altra eroina anch’essa bionda ma un tantino attempata, a dire il vero, poiché altri non è che Sally Hardesty, l’unica sopravvissuta alla strage risalente a quasi cinquant’anni prima e che adesso sembra la versione al femminile di Van Helsing.
Il massacro della motosega del Texas fu tra i capisaldi dell’horror sociale, filone recentemente riportato in auge e attualizzato con ben altri esiti dal Jordan Peele di Scappa – Get Out e Noi. Hooper faceva parte, insieme a Craven, Carpenter e Cronenberg, dei cosiddetti quattro dell’horror selvaggio, un poker di registi che mossero dalla provincia sbrindellata dell’America degli anni ’70 per raccontare storie ai confini della realtà, seppur dalla tragica e saldamente terrena veridicità, dove i “mostri” non erano più esseri paranormali ma gli umani con tutto il loro carico di crudeltà e perversioni.
Il suo capolavoro con protagonista la famiglia Sawyer era basato su una finta storia di cronaca anticipando in qualche maniera il genere mockumentary e rimase a suo modo un cult fino a quando la moda stellestrisce dei seguiti imperante soprattutto negli 80s non inghiottì pure lui. Dice: mica sei obbligato a vederli tutti, e ci mancherebbe. Tra l’altro, dato quanto sta accadendo in questi giorni, intrattenersi ora con corpi smembrati e pelli scudisciate può sembrare come minimo inopportuno, quindi tanto vale evitarsi un inutile supplemento, poiché di efferatezze son già piene le cronache. Ma state certi che nel caso di questo film volersi bene tenendosi alla larga dalla bruttura tornerà buono anche sul piano estetico.
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