Recensioni
Wes Craven
Nightmare - Dal profondo della notte
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Valerio Di Marco
- 31 Ottobre 2021

A Nightmare on Elm Street, forse il film più famoso di Wes Craven nonché iniziatore della saga con protagonista il mitico Freddy Krueger, fu finito di scrivere nel 1981 ma il regista scomparso nel 2015 ci mise tre anni a trovare una casa di produzione disposta a finanziargli il progetto. A dargli finalmente credito dopo tante porte sbattute in faccia fu la New Line Cinema, all’epoca piccola compagnia indipendente sull’orlo della bancarotta ma che proprio grazie a Freddy si sarebbe rimessa in pista fino a diventare, nel tempo, la grande casa di distribuzione cinematografica che è oggi.
Craven all’epoca dell’uscita di Nightmare – Dal profondo della notte – titolo con cui la pellicola fu distribuita in Italia – non era certo un novizio in tema di horror. Il suo sostanzioso contributo al genere l’aveva già dato negli anni ’70 quando insieme a Tobe Hooper, John Carpenter e David Cronenberg – anche loro discepoli del grande George A. Romero – formò il cosiddetto “quartetto dell’horror selvaggio”, gruppo di registi statunitensi che ispirandosi al ribrezzo offerto dalla violenza quotidiana tanto della metropoli quanto della provincia silente e abbandonata dal governo centrale di Washington, sviluppò tematiche dai forti connotati politici nel contesto del sempre più sbrindellato tessuto sociale americano post Vietnam. I mostri non erano più creature soprannaturali nati dalla penna fantasiosa di qualche scrittore dell’Ottocento, ma gli esseri umani con tutto il loro carico di crudeltà e perversioni spesso originate da emarginazione o situazioni socioeconomiche ai limiti: una lezione che di recente Jordan Peele ha riportato d’attualità con Scappa – Get Out e Noi.
Craven, del suo ci mise L’ultima casa a sinistra (1972) e Le colline hanno gli occhi (1977), ma per lui fu l’“uomo con gli artigli al posto delle dita” ciò che per Newton fu la mela o per Maradona il gol all’Inghilterra, vale a dire l’intuizione di una vita. Il cineasta di Cleveland creò dal nulla un nuovo carnefice in grado di competere con il gotha del cinema “di paura”, da Dracula a Frankenstein, a L’Uomo lupo; un nuovo assassino che incarnava il male assoluto e affondava le radici nel mito; un essere non appartenente al mondo reale ma – e qui stava la novità – a quello dei sogni e il cui raggio d’azione era sì circoscritto alla sfera onirica ma con la sinistra particolarità che quanto da egli compiuto in quella dimensione parallela aveva le sue nefaste ripercussioni anche nella realtà, pertanto se la vittima veniva uccisa in sogno la stessa cosa avveniva, all’istante e con le stesse modalità, anche nel mondo reale.
Il tutto, in aggiunta al magnetico appeal di questo nuovo mostro, moderna icona pop al pari di altri due simboli horror dello stesso periodo, Michael Myers e Jason Voorhees, che però – a parere di chi scrive – gli erano inferiori per spessore. I protagonisti delle saghe di Halloween e Venerdì 13 – che quando uscì il primo Nightmare avevano già all’attivo più di qualche capitolo – non avevano gli stessi acume, ironia, brillantezza: il disadattato di Haddonfield e il boia di Crystal Lake erano maschere quasi del tutto impersonali, mute e dalla furia cieca. Myers uccideva secondo una logica, certo, ma si concedeva anche puntate estranee al suo progetto di base, mentre Voorhees era una trebbiatrice spargisangue a uso e consumo della macchina da presa. Krueger, invece, aveva ben altro vissuto e pure un disegno preciso dal quale non si discostava minimamente: uccidere i figli di coloro che l’avevano giustiziato. La storia infatti è nota. Frederick Krueger, da vivo, era uno squilibrato che aveva seviziato e ucciso più di venti bambini di Elm Street, un quartiere di Springwood, immaginaria cittadina dell’Ohio. Per i residenti era diventato un incubo e la polizia non riusciva a beccarlo, finché un giorno i genitori decisero di farsi giustizia da soli e lo bruciarono vivo nella caldaia dove in passato aveva lavorato come operaio, che usava come nascondiglio. Ma il truce trapasso non segnò la sua vera fine poiché il pederasta anni dopo tornò a materializzarsi nei sogni di coloro, oramai adolescenti, che all’epoca dei fatti erano scampati alla mattanza.

Ma perché gli adolescenti? Verso la fine degli anni Settanta fu coniato il termine slasher (dall’inglese to slash, fendere) a indicare quel particolare sottogenere dell’horror in cui l’assassino uccide con un’arma da taglio (un coltello, un’ascia, ecc.) prendendo di mira generalmente un gruppo di ragazzi. Molti ne fan risalire l’origine al summenzionato Halloween – La notte delle streghe di Carpenter (1978), ma in verità già in Lo squalo 2 si riscontrarono i tratti ricorrenti del genere: nel sequel del capolavoro di Steven Spielberg, uscito nel giugno 1978 e quindi quattro mesi prima di Halloween, c’erano già tutti gli ingredienti dello slasher: le vittime giovani (il gruppetto di ragazzi che si avventurava in barca a vela), il killer (lo squalo), l’arma da taglio (i denti), l’immancabile verve moralista/sessuofobica (la coppia sorpresa a morte mentre si apprestava a copulare) e ovviamente il sangue a ettolitri. E ancora prima di Jaws 2 era stato Black Christmas (Un Natale rosso sangue) (1974), film canadese diretto da Bob Clark, a piantare il seme dello slasher in Nord America. Già, perché qui si parla di slasher americano, visto che lo slasher tout-court l’avevamo inventato noi con Mario Bava ai tempi del suo Reazione a catena (1971), se non addirittura di Sei donne per l’assassino (1964). Insomma, gli yankees come al solito ci copiarono e lo slasher diventò la derivazione principe dell’horror anni Ottanta.
Ma se il più delle volte la scelta di utilizzare i giovani come agnelli sacrificali era dettata dalla necessità di stabilire un collegamento empatico col pubblico a cui queste pellicole erano in gran parte rivolte, in Nightmare di adolescenza si parlava ad un livello più profondo. La lente era puntata sulla zona psicologica al confine tra conscio e subconscio ma anche sul rapporto conflittuale tra giovani e adulti, un legame sfibrato da muta diffidenza e incomunicabilità. Gli adulti della saga erano quasi sempre depressi, alcolizzati, violenti; i ragazzi, dal canto loro, erano frustrati, scoraggiati, disillusi e vincolati ad un’esistenza che qualcuno aveva già scritto per loro e che gli impediva di inseguire i propri sogni e aspirazioni. L’unico conforto lo trovavano nel gruppo, nella loro comitiva di pari età che era un po’ la loro isola felice, mentre il resto era una valle di lacrime. E il tutto, nel momento più delicato dell’esistenza: la fine della pubertà, il passaggio dall’età giovanile a quella adulta, cono d’ombra nel quale Freddy s’incuneava per corrompere quel poco di immacolato che restava nei loro animi e avvelenargli l’ultimo pozzo di spensieratezza che gli restava: il mondo dei sogni.

Freddy, peraltro, non si limitava ad uccidere le sue vittime ma ci giocava come il gatto col topo. Le conosceva, le capiva, ne percepiva ambizioni e debolezze; era parte del loro mondo, parlava il loro stesso linguaggio, era un giovane fra i giovani ma con propositi tutt’altro che amichevoli. Spesso, prima di sferrare l’attacco mortale ironizzava, faceva allusioni sessuali, doppi sensi, e le sue battute divennero tormentoni che campeggiavano sulle maglie dei fan di mezzo mondo. Freddy era un istrione incantatore e il pubblico adorava la sua ironia macabra, le sue movenze, la sua ambiguità. E poi gli artigli, la sua caratteristica principale, l’arma di cui si serviva post mortem e la stessa con cui in vita faceva scempio dei corpicini dei piccoli che rapiva e violentava: un guanto da lavoro con fissate sulle estremità delle dita quattro lunghe lame a mo’ di artigli. Freddy, inoltre, era immediatamente riconoscibile dai suoi indumenti: un vecchio e sdrucito maglione a strisce orizzontali rosse e verdi, e un cappello nero che ne nascondeva il volto paurosamente sformato dalle ustioni provocategli dai suoi giustizieri. E la proverbiale posa pelvica con cui si manifestava nell’oscurità ne rese la silhouette un vero e proprio emblema dell’iconografia horror.
Ma Freddy era anche un mostro di “denuncia”. Rappresentava il male che arrivava a corrompere l’idillio della provincia, la lama assassina che squarciava il cielo ipocrita e perbenista di una realtà solo in apparenza serena ma sostanzialmente marcia dalle fondamenta. Era un reietto, il prodotto difettoso di una società patinata, quella degli 80s reaganiani e dell’ideologia neoliberista che annacquò le grandi conquiste sociali e civili dei decenni precedenti. Era una specie di clochard, un disadattato che solo nella sua seconda vita riusciva a riscattarsi: nei sogni, era lui il signore incontrastato, il dream master, e il suo guanto affilato era una mannaia che si abbatteva sulla stessa comunità che l’aveva così brutalmente espulso.
Ma non si può scindere il personaggio da colui che ne interpretò le gesta, quel Robert Englund senza il quale il brand più popolare di casa New Line sarebbe rimasto lettera morta. La sua fisicità, il suo sadismo e il suo sguardo infido e zozzo ne hanno fatto un modello i cui echi è possibile ravvisare in tanti psicopatici della celluloide venuti dopo, vedasi l’Hannibal Lecter de Il silenzio degli innocenti oppure il Max Cady interpretato da Robert De Niro nel remake martinscorsese-iano di Cape Fear, molto più simile a Freddy che al suo omologo originale impersonato da Robert Mitchum nel 1962. Nondimeno, Craven a sua volta si ispirò a un altro tra i maniaci/pedofili più noti della storia del cinema, quello con la faccia del mitico Peter Lorre in M – Il mostro di Düsseldorf (1931), del regista tedesco Fritz Lang. Inoltre, Freddy assommava elementi di vita vissuta dal momento che, nel delinearne i tratti, Craven prese spunto anche dalla realtà, e nella fattispecie da un tizio che lo terrorizzava da bambino.

La saga di Nightmare andò avanti fino all’inizio degli anni ’90 al ritmo di quasi un film all’anno. File ai botteghini, grandi incassi, pop corn a profusione… ma qualità media dei sequel ovviamente inferiore al capostipite, fatta eccezione per il terzo episodio che – proprio grazie a Craven di ritorno alla sceneggiatura – ebbe il merito di rimettere la storia sui binari giusti dopo gli scempi del secondo capitolo. Nel suo insieme, la serie offriva un quadro esauriente del passato di Freddy, un puzzle completatosi film dopo film a spiegarne le origini della follia, ma sempre rispettando il plot originale verso cui la New Line continuerà a mostrare un ossequio quasi religioso anche quando Craven si tirerà fuori dal progetto (salvo poi tornare per chiuderlo, come vedremo). Tra l’altro, la società fondata da Robert Shaye e Michael Lynne mantenne i diritti sui film ma il regista quelli d’immagine del suo “assistito”, con tutto ciò che ne derivava in fatto di merchandising.
In tutti i capitoli, ovviamente, gli effetti speciali abbondavano e la truculenza e fantasiosità delle uccisioni erano un valore aggiunto. Riferendoci al solo primo episodio, basti ricordare il giovane – interpretato da un imberbe Johnny Depp al suo primo ruolo cinematografico – inghiottito da una voragine apertasi nel letto e risputato fuori sotto forma di fiotti di sangue. La saga facente parte del canone (escludendo quindi spin-off e remake successivi) si esaurì nel 1991 con la sesta puntata che già nel titolo originale – Freddy’s Dead: The Final Nightmare (in Italia, Nightmare 6 – La fine) – anticipava la morte del protagonista; ma già tre anni dopo si ebbe una prima riviviscenza del marchio con l’”apocrifo” Nightmare – Nuovo incubo opera dello stesso Messia da cui originò il Verbo, quel Craven tornato sorprendentemente dietro la macchina da presa a tentare un curioso tentativo di “film nel film” nel quale regista e attori (tornarono anche Heather Langenkamp/Nancy, la protagonista del primo e del terzo episodio, e il grande John Saxon nei consueti panni del di lei padre) interpretavano se stessi nell’atto di girare un fantomatico Nightmare 7, stavolta l’ultimo per davvero. Insomma tutto iniziò e finì con l’ideatore del franchise, e in fondo era giusto così: quale vangelo di questo o quell’apostolo potrà mai reggere al confronto con la parola diretta di chi tali scritture l’ha ispirate?
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