Recensioni

7.4

Arriviamo tardi sul disco osannato dai bastioni dell’intellighenzia musicale ai due lati dell’Atlantico. Lo facciamo colpevoli e consapevoli delle ragioni di un ritardo che una decina di anni fa non sarebbe stato tale: la metà del duo in questione, Los Thuthanaka, Chuquimamani-Condori altri non è che Elysia Crampton, che al centro di quell’osservatorio di futuri (nuovamente) possibili che sono stati gli anni ’10 incarnava allora il «sound più attuale in circolazione». Nel 2025, l’omonimo lavoro prodotto assieme al fratello Joshua Chuquimia Crampton — figura non meno interessante, già autore in proprio di album di chitarre dilatate d’ispirazione reillyana — passa sottotraccia perché semplicemente Pitchfork non è più quel Pitchfork e perché anche quella conceptronica che Reynolds indagava ed etichettava nel 2019 non è più on the rise, almeno da un punto di vista squisitamente musicale.

Lo è ancora nel prefisso, però. Perfetto esempio ne è questo lavoro omonimo. I temi sono, in larga parte, quelli indagati due lustri fa: queerness, identità, (retro)futurismo, all’interno di una macedonia post-coloniale e post-globale; una anti-world music che procede per strappi iperrealisti, oscillando tra pressione e oppressione, ma anche orgoglio e rivalsa, e che si inserisce in un continuum di artiste trans radicali. In questo senso Chuquimamani-Condori anticipa biografie musicali come quelle di aya, il cui album — altro frullato degli strappi di cui sopra — è stato a sua volta esaltato nelle classifiche di fine anno sopra citate (e nella nostra), come prima lo era stato quello di Ziúr, sul versante non-binary.

Gender e identità diasporica sono certamente variabili cruciali, così come lo è il corpo nel racchiuderle in un orizzonte di senso totale e politico: un corpo che, nel caso dei fratelli californiani Los Thuthanaka, si riallaccia a una storia ancestrale e ai miti e rituali che la abitano. Tra questi, naturalmente, la danza, che riconduce il deconstructed club — altro campo d’indagine degli anni ’10 — a strutture roboanti, scarnificate, ossessive, proprio come quelle sulle quali si ballava al defunto Bala Club. Dalla mitologia incaica i due hanno eletto come figura di riferimento Choqui Chinchay (o Chocachinchay), divinità chimerica e guardiana degli ermafroditi (già presente in Spots y Escupitajo di Condori). Un concetto, quello di queerness, che non lavora solo sul piano identitario, ma che dice di un disco centrifugo: folk andino, elettronica latina, psichedelia e un rock sui generis, che richiama alcune traiettorie sonore ascoltate ultimamente, nel disco di Alpha Maid, nel perimetro di Mica Levi e Coby Sey, e non solo.

Tali ingredienti trovano nel dispositivo della ripetizione un espediente privilegiato, croce e delizia di un album che si colloca nella lunga coda di quelle musiche da mostra d’arte, da Biennale di Venezia (dove il duo si è esibito): composizioni poco o per nulla accondiscendenti, apprezzabili (sarebbe meglio) con (ma va anche bene senza) una formazione sull’argomento, fornita dai diretti interessati e/o bibliografie di riferimento. Che non rappresentano più la novità più eccitante dell’underground come 10 anni fa, ma rimangono un terreno di ricerca vivo e pulsante.

In questo senso, la traccia iniziale — una delle migliori del disco per sintesi e portata immaginifica — tradotta dall’aymara come The Queer People-Medicines Are Here, riesce a trasmettere un’idea di (ri)inizio, di prossimo futuro, di riscrittura ucronica della storia, grazie soprattutto alle tessiture fra chitarra e keytar, prima di precipitare in un riff serpentesco, emotivamente speculare. Coesistenza degli opposti, sincretismo, collage.

All’opposto della queerness si collocano le cosiddette categorie coloniali, che Condori definisce in un’intervista come create per «separare e dividere l’universo in oggetti discreti, tassonomie e gerarchie relazionali». Una visione del mondo che, secondo l’artista, risulta funzionale alla scienza ma limitante nel momento in cui non considera l’esistenza come intrinsecamente resistente all’identificazione e alla classificazione.

La dicotomia fra sguardo analitico e sguardo sintetico — antica quanto il pensiero stesso (Logos e Tao) — è centrale nella filosofia postcoloniale. Basti pensare al contrasto delineato dalla filosofa brasiliana Denise Ferreira da Silva, più volte citata da Condori, fra separabilità, determinazione e sequenzialità — cardini del pensiero occidentale post-illuminista — e un’imago mundi fondata invece su concetti quali non-località e virtualità (Mondo Ordinato vs Mondo Correlato).

All’interno di questo orizzonte teorico, le ripetitività, geometriche e opprimenti, del disco acquistano pienamente senso: sono contraltari fondanti di quegli episodi in cui prevalgono accumulo e non-discrezionalità degli elementi (Kullawada “Awila”), fino al loro collasso reciproco — come nella densissima deflagrazione trance di Parrandita ‘Sariri Tunupa’.

Los Thuthanaka è un disco generato da un insieme discorsivo irrimediabilmente legato alla biografia e, dunque, all’apparente ossimoro di un’identità — razziale, di genere — non localizzabile. Un lavoro che si regge su un’elaborazione concettuale solida, informata dai postcolonial e queer studies, cui fa eco un preciso correlato estetico. La sua musica sembra mettere in scena la dialettica fra un pensiero ordinato, incapace di contenere vissuti così stratificati, e il caos creativo dell’interrelazione. Viene quasi da pensare che le chitarre spigolose e iterate di Joshua Chuquimia Crampton incarnino la sequenzialità, il gesto ordinante, mentre i DJ tag, la keytar, i synth e il sound design di Chuquimamani-Condori — che squarciano episodicamente quella ripetizione opprimente — finiscano per significare la possibilità di un altrove.

L’intenzione del disco — la sua abbagliante fusione di suono, biografia e teoria — va però oltre la pura costruzione concettuale, e la sfida alle nostre categorie interpretative è lanciata — e in larga parte vinta.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette