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Diamond Jubilee è un disco pubblicato autonomamente, senza singoli, senza promozione, senza attese, con la richiesta di donare, su base volontaria, 30 cad via paypal. Pubblicato tra l’altro su una spartana pagina lo-fi, nello stile del web 1.0: hosting “geocities”, css ridotto ai minimi termini, gif animate, file *.wav. Il suo autore, il canadese Patrick Flegel, ex Women, da un po’ di anni autore in proprio come Cindy Lee, aveva dimostrato da tempo di avere il gusto per la melodia indie-pop acida, in odore di fiore sixties, ma con questo doppio album (tracklist appositamente concepita per essere masterizzata su un doppio cd-rom…) si lascia completamente andare ad un bagno lisergico e retro orientato (ma non retro maniaco), per più di due ore di canzoncine pop, dall’arrangiamento quietamente instabile e squilibrato.

Come sia stato possibile che materiale del genere sia arrivato a godere dell’hype e del generale social buzz di questi giorni è difficile da giudicare ora, ma sembra determinato da una serie di fattori eterogenei e per lo più originati da una precisa visione politica della musica indipendente in quest’epoca sciagurata di streaming e social influenza. Si potrebbe convenire con Ian Cohen, riconosciuta penna di Pitckfork, che Diamond Jubilee possa essere solo un caso di entusiasmo virale, di quel tipo che poi nella classifica di fine anno relega il disco in posizione marginale e a tal riguardo vanno certamente considerati i sold out immediati per gli show di Cindy Lee all’indomani della recensione trionfale di Pitchfork. Eppure l’entusiasmo che si sta generando intorno a Diamond Jubilee non sembra il solito caso di disco pompato da un voto fuori dall’ordinario.

La musica di questo album, ma anche il modo in cui ci è arrivato, ha in qualche modo scatenato un corto circuito in quelli che si sentono orfani di un’epoca dove la parola scritta aveva ancora un valore nel muovere il gusto estetico (le riviste, le webzine, i blog, i forum) e le scene underground proliferavano, di pari passo con il do it youself: myspace, i cd autoprodotti, le tirature limitate, ancora i blog… Cindy Lee sembra ripartire direttamente da li, rinnegando sicuramente la deriva streaming attuale (il disco non sarà mai caricato su Spotify), ma al tempo stesso anche tutta l’estetica retromaniaca di questi anni. Da più parti è partita la definizione di ipnagogico. E su wikipedia leggiamo infatti che “Cindy Lee is the drag queen hypnagogic pop project of Canadian musician Patrick Flegel”. Applicata all’album però la definizione sembra vera solo in parte. Diamond Jubilee è un lavoro che non si crogiola nel ricordo di un passato che non c’è più, cercandolo di rileggerlo con gli occhi del presente e della memoria. Diamond Jubilee rivive il passato, utilizzando decenni di musica pop come una grammatica di base, allestendo un grande mosaico di suoni fuori dal tempo, calati in una sorta di nebbia lo-fi, da cui i contorni emergono in modo più o meno chiaro a seconda del brano.

All’inizio, l’impatto con l’uniformità di suoni e arrangiamenti ti porta a considerare l’album come un unico continuum di melodie e chitarre acide, con l’effetto – questo si, un po’ ipnagogico – di calarti in uno status ebbramente sognante, indotto da una musica, apparentemente leggera e easy listening, ma piena di sfasature e tanti piccoli elementi fuori posto, che lasciano segni e tracce, ascolto dopo ascolto. E’ così che si acquisisce consapevolezza della qualità del songwriting di Cindy Lee, ma anche degli arrangiamenti concepiti con il sodale Steven Lind. Il fondale da cui emergono le melodie è quello della canzone pop anni ’60 e ’70, con qualche fugace apparizione di wave anni ’80, per uno stile che potremmo collocare, a seconda dei casi, tra i Carpenters e Ariel Pink, con una differenza: fanno solo finta di essersi addormentati davanti a tv o radio difettose che trasmettono oldies but goldies senza soluzione di continuità.

Sono molte le tracce che si fanno notare: la title track con un incedere subito eroinomane, tra Velvet Underground e Matt Valentine; Baby Blue, ballata romantic-glam in uno stile Dirty Beaches meets David Lynch; l’acidissima e beatlesiana Always Dreaming; le bellissime Kingdome Come e Demon Bitch entrambe con un grandissimo lavoro di arrangiamento; la marcia fatalista di Til Polaritys End; le irresistibili fragranze seventies di Stone Faces, Dracula e If You Hear Me Crying; ballate tristi ma non autoindulgenti come Government Cheque e Deepest Blue; la bellissima, eterea e lisergica, Don’t Tell Me I’m Wrong, che suona come un incrocio tra Thom Yorke e i Deux Filles.

Si potrebbe continuare, perché tutti e 32 i brani del disco hanno una caratura sufficientemente definita per ritagliarsi uno spazio nell’ascolto del disco e nel ricordo che questa musica lascia nell’ascoltatore. Resta da vedere cosa resterà di Diamond Jubilee, una volta che tutta l’attenzione degli appassionati e degli addetti ai lavori sarà passata. Arriverà alle classifiche di fine anno o non arriverà nemmeno a luglio? Sarà riconosciuto come il primo segnale di una rinnovata ecologia della musica indipendente, come reazione alla tecno apocalisse di algoritmi e streaming services? Francamente, si spera di sì. D’accordo Pitchfork, ma del successo di Cindy Lee se ne parla anche su Bloomberg, che cita anche il caso analogo di Pharrell Williams. A volte la rivoluzione passa per le canzoncine.

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