Recensioni

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L’aura da instant record certo non aiuta. Sarà più corretto parlare di disco-evento – o meglio ancora di disco-di-un-evento – e suona male lo stesso. Metabolizzare, primo, che non si tratta di un album nuovo come chiaramente qualcuno si aspettava – qualcuno a cui le colonne sonore anche se a nome Nine Inch Nails e non Reznor-Ross evidentemente non bastano. Secondo: inquadrare e digerire la campagna shock and awe, a base di aggressività e mistero, viralità ed effetto sorpresa, che tanti toni entusiasti e altrettanta perplessità ha suscitato (più perplessità a dire il vero). La grande operazione dei due spettacoli “evento” al Coachella, l’hype sui social, il marketing di riflesso. Con certe stranezze poi tutte contemporanee (guardiamo il merchandising: t-shirt-cappellino-tote bag sì, disco fisico no, o sarà anche questo un indizio che la musica registrata conta sempre meno?).

Potrebbe essere la prova provata, quella definitiva, che Trent Reznor – com’è anche realistico e sacrosanto dopo decenni di popolarità, milioni di dischi venduti, due premi Oscar, uno status da semidio della musica alternativa sempre che di “alternativa” si possa parlare per lui e in generale – ha abbracciato infine una dimensione “pop”. Per carità non con il cinismo sublime di un Renée Ferretti – con gli occhi del cuore e viva-la-merda – ma come un professionista serio e severo che comunque vada ogni cosa la fa e la confeziona da bravo designer, preparato e competente. Ricordavate John Lydon quando raccontava che i PIL non erano una rock band ma una corporation? Nine Inch Nails nel 2026 è a tutti gli effetti più-di-una-band – un concetto, un brand: è il post-punk all’ennesima potenza o la quintessenza del capitalismo? Da band a brand che ragiona da brand e si lega ad altri brand che possono essere il blockbuster di fantascienza (Tron: Ares), il Coachella o le scarpe Dr. Martens – tutte iniziative win-win e tutte solo negli ultimi ultimi due anni, mentre Bad Witch – l’ispiratissimo Bad Witch, eh – risale a ben otto anni fa.

Dove finiscono il posizionamento e lo spettacolo mainstream e inizia la musica e basta? La musica nuova, poi? Anche prendendoci lo spazio e il tempo necessari per riflettere su tutto un progetto – parliamo di Nine Inch Noize – che non si riduce all’audio di queste tracce, dobbiamo pur sempre scrivere una recensione di un disco e questo disco, anche in tutta la sua apparente sovraesposizione, rimane un oggetto misterioso, bizzarro, non esattamente classificabile. Non è un album di remix nel senso solito dei Nine Inch Nails, per come ci ha abituati a concepirli Trent Reznor: le operazioni puntuali di rimiscelamento degli album affidate a pool di artisti affini (penso al vecchio Further Down the Spiral) si traducevano altrettanto puntualmente in qualcosa di più audace, che irradiava un senso di sfida e di magnetica apertura più che di serena celebrazione. Non è un live album nel senso tradizionale, nonostante ci siano mixati dentro anche gli ooh del pubblico. Non è neppure una colonna sonora – eppure si potrebbe interpretare in questo modo, come la soundtrack della performance del Coachella. L’album che abbiamo in mano, anzi che non abbiamo perché al momento è solo in digitale, è un curioso Giano “trifronte”: tre facce messe insieme per non avere un volto definito.

Se guardiamo tra le pieghe del progetto vedremo che però una sua organicità ce l’ha. Nine Inch Noize non nasce ora. Nel 2024 Trent Reznor e Atticus Ross hanno commissionato a Boys Noize un remix delle musiche di Challengers, la più camp delle loro colonne sonore per il cinema. Per scandire le sequenze di montaggio, e soprattutto le scene di gioco che hanno visuali, ritmi e movimenti da playstation più che da partita vera, Reznor-Ross hanno scelto come tema-guida una techno-EBM veloce ad alta energia poppettara (sembra quasi di ascoltare un Giorgio Moroder del XXI secolo). Alex Ridha senza stravolgere i pezzi li ha portati sul terreno a lui più congeniale. Andando indietro di tre anni, se si ascolta l’album di Boys Noize +/-del 2021, come sottolineato dall’artista stesso in un’intervista online, accanto alle aperture melodiche e all’eclettismo tipico del dj berlinese si notano le trame slow techno, EBM e industrial ispirate anche agli stessi Nine Inch Nails. Un background affine e una certa trasversalità di approccio che accomuna i due mondi spiegano il perché di tanta sintonia. Ridha non aveva solo aperto i concerti del Peel It Back Tour nel 2025, aveva curato tutto il pre-set e già si era unito già alla band per parte del concerto (cosa che in Italia non abbiamo visto, per ragioni di venue). Non è una collaborazione improvvisata e tanto meno estemporanea; qui se non a compimento arriva perlomeno a un’ulteriore tappa progressiva. Nulla di cui stupirsi, molta coerenza, nessuna sorpresa.

Come direttore artistico Trent Reznor ha fatto comunque uno splendido lavoro. Non possiamo dire se il live al Coachella sia stato tra i momenti più alti della storia del festival come scritto in un articolo diventato virale. Dai video – sia in quelli ufficiali e montati sia nelle riprese fisse del pubblico dal parterre –  si vede uno show spettacolare, un teatro-rave di luci, visual, scenografie – essenziali ma imponenti –, danza e una performance umana incalzante per quanto stilosa, fisica ma dai movimenti cadenzati, quasi concettuali: Atticus Ross e Boys Noize che si fronteggiano alle consolle (come nel Peel It Back Tour), Trent e Mariqueen o il solo Trent al centro della scena e un corpo di ballo che sembra fatto di creature aliene ad agitarsi, posare o strisciare lungo il perimetro del palco.  Senza l’energia fisica e visuale della performance multimedia e il suo debordante apparato visivo la musica in sé è difficile da giudicare, le rielaborazioni dei pezzi sono meno fantasiose e sperimentali dei remix a cui accennavamo sopra (pensiamo alla Piggy con delle accelerazioni drum’n’bass notevoli, o alle ricostruzioni di Fixed che scomponevano i pezzi di Broken dilatandoli senza diminuirne di una tacca la ferocia sonora). Ma questo è anche comprensibile, essendo pensati per il live. Il restyling dei pezzi in sé appare tutt’altro che radicale, un’enfatizzazione techno-dance per cui si sono scelti brani che si prestavano naturalmente per via delle formule ossessive e ripetitive (Copy of A, o la cover di Memorabilia dei Soft Cell), non necessariamente veloci (Vessel). Nel confronto con gli originali c’è chi addirittura vince (per dinamismo la Parasite degli How To Destroy Angels, o As Alive As You Need Me to Be molto più serrata in originale e a cui i fade e gli stop and go donano più dinamica e respiro), chi pareggia come Came Back Haunted – che in questa versione hardstyle più “dritta” è senza infamia e senza lode – e chi perde: direi She’s Gone Away, in questa versione scratchata e un po’ tira e molla non ha più quella straniante morbidezza blues ( buona parte del suo fascino), e anche Heresy che in parte era già techno di suo e con questo twist tra il dubstep e la Love Parade non convince molto (sarò troppo serioso ma che dio è morto lo dici meglio con le mazzate che con gli ancheggiamenti e i “su le mani”). Che la scaletta non sia tipo “greatest hits” è un punto a favore; di tutti quelli che ho chiamato impropriamente remix il più interessante pare proprio quello di Closer che riscrive l’inizio e la fine del brano più iconico di questa diecina dando anche risalto a una strofa che nell’originale era quasi “fantasma”. Questo passa la Reznor& Co: abbastanza per non stroncare, poco per cui essere entusiasti.

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