Recensioni

5.9

Trent Reznor ha pubblicato sul sito ufficiale dei Nine Inch Nails una lunga traccia audio in cui parla del nuovo disco. Spiega che dopo il garage electronics di Year Zero, composto su laptop durante la tournée di With Teeth, e la velocità con cui è stato prodotto The Slip, ha deciso di tornare a un lavoro più meditato, aperto, con la collaborazione di ospiti importanti (Adrian Belew, Lindsey Buckingham, Pino Palladino) e dunque con un apporto maggiore di strumentazione e di parti suonate. Meditato però significa anche alleggerito, dato che la scelta di fondo rispecchia una linea minimale fatta di sottrazione al posto d’infinite sovraincisioni.

I primi brani ascoltati lo confermavano: Came Back Haunted e Copy of A sono tra le cose più orecchiabili e “leggere” – a livello d’arrangiamento – che siano uscite dalla sua penna. Leggere però non significa non riuscite: sono canzoni pop in cui il ritmo un po’ ipnotico e un po’ ossessivo e l’atmosfera dark s’intonano bene a melodie catchy sottilmente minacciose. Ci si deve abituare a suoni meno taglienti rispetto al passato per entrare nel mood dell’album; questo, però, non è abbastanza per giustificare innocui funkettini (All Time Low), canzoni deboli (Find My Way), una Disappointed che fa il verso ai Radiohead, Various Methods of Escape o In Two che sembrano fare la stessa cosa con un vecchio pallino di Reznor (Prince), gli scialbi coretti di Everything Everything o il mediano urban r&b di Satellite.

Reznor non si è risparmiato e ha pensato persino a due master diversi per il nuovo lavoro, tuttavia tanta cura nei suoni acquista un senso soltanto quando le qualità espressive delle canzoni la sanno esaltare. Non bastano episodi più audaci come Running o i brividi melodici di I Would for You per giustificare una sufficienza piena.

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