Recensioni

Maledetti social, maledetto YouTube, maledetta Internet. Maledetti report – che per scriverli come sto facendo, ci si dovrebbe anche preparare prima. Ma proprio per questo, leggere, ascoltare e vedere in video le mirabilie delle prime date di questo Peel It Back Tour non ha fatto bene. A Londra, a Dublino, a Manchester: due palchi, di cui uno in mezzo al pit, set diviso in quattro parti, parti acustiche e solo voce-piano, arrangiamenti parzialmente reinventati, soluzioni scenografiche con visuals a tema, un velo davanti alla band (questo, per la verità, c’era il 17 novembre 1999 quando all’Alcatraz faceva tappa il tour di The Fragile).
Così si arriva già carichi, si aspettano cose che voi umani e nemmeno l’androide Roy Batty nel suo prime. Si mette piede al Parco della Musica di Novegro, novità nell’offerta milanese, ma in un’area familiare agli appassionati perché il Parco Esposizioni ospita da anni una mostra-mercato dei dischi (oggi chiamata Novegro Vinile Expo e un tempo Vinilmania): un palco solo, un set unico, compresso in un’ora e tre quarti dall’attesa che cada la notte (o i giochi di luci si sarebbero persi) e la necessità di non sforare con l’orario, niente voce-piano e niente incursione del dj (Boys Noize fa il suo ma in apertura). Niente. Le cose più fantasmagoriche sono per l’estero o per altre location. Tutto avrà un motivo per carità, struttura, acustica, organizzazione [PS: infatti a giudicare dalle setlist delle altre date, a noi è toccato il set “unico” riservato a festival e spazi all’aperto, lo spettacolo più completo è per le arene al chiuso come quelle di Dublino, Londra, Parigi, Amsterdam, Vienna ecc.]. Qui, in Italia, appena fuori Milano, ci si accontenta quindi di un “normale” – ma per questo comunque affidabilissimo – concerto dei Nine Inch Nails.
Di favoloso a dire il vero ci sarebbe l’esborso economico: per gli appassionati di statistica e di numeri (e se volete farvi un po’ di fatti miei), quella spesa per un biglietto di parterre è la cifra più alta che chi scrive ha mai scucito per un singolo ingresso in trent’anni di musica vista e sentita dal vivo. Oltretutto per il ticket meno caro: non di terza classe come sul Titanic (non è affondato nessuno fortunatamente, ci siamo soltanto divertiti) ma addirittura di quarta perché vengono prima i due pit e poi la tribuna alle nostre spalle; e lontano, lontano, dal palco, nonostante ci sia una transenna nera di ferro di quelle da prima fila a pochi metri da dove stiamo.
Segno dei tempi, indubbiamente. Del resto bisogna pensare che il primo biglietto per i Nine Inch Nails nel 1999 l’avevo pagato in lire: non c’erano distinzioni di classe e di prezzo nel parterre (oggi invece: pit 1, pit 2, e i più poveri in piedi nel “parterre”, cioè l’ultima metà dello stesso). Ai tempi si dividevano posti in piedi giù e seduti sulle tribune, se non c’era il caro vecchio posto unico ovunque: niente zone cuscinetto vuote per salvaguardare settori d’élite (ai militi che le presidiavano il concerto di stasera sarà piaciuto o no?), né un’altra fila di transenne a metà del “proscenio” (c’è da dire che almeno stavolta non ci sono stati problemi di sovraffollamento come capitato in alcune recenti esperienze). Altri tempi appunto, in cui non si considerava nemmeno che il mal di schiena potesse compromettere concerti a cui si doveva assistere il giorno dopo. L’età nostra avanza, si sa, ma intanto Trent Reznor, fresco sessantenne, continua a saltare: evviva!
C’è da dire che nonostante le distanze lo show di stasera mantiene una sua intimità. Nel volume, mai prevaricante: Hurt alle 11 e 40 di sera la cantano tutti sussurrando per adeguarsi al contesto e va bene così, fa atmosfera. Ma i brani più potenti avrebbero potuto aumentare l’inquinamento acustico di un’area su cui sfrecciano aerei a tutte le ore del giorno e in parte della notte (siamo a due passi da Linate e da una tangenziale poco trafficata… non infieriamo anche con le chitarre elettriche sui malcapitati abitanti). Non sia mai. La quiete pubblica prima di tutto (a proposito di rumori notturni, ieri sera, altra periferia di Milano, casa, una di notte, lavori in corso all’esterno: avrei preferito che ci fosse un concerto – certo, dipende da che concerto. Capisco che sono questioni delicate, quindi perdonate l’ironia).
La delusione è una delusione superficiale, alla fine. Così come le altre recriminazioni. Il concerto di cui si parla alla fine è pur sempre un concerto dei Nine Inch Nails. Che vuol dire standard molto molto alti sul piano tecnico-professionale, performance impeccabile e tanta tanta adrenalina: alla quarta volta che li vediamo sappiamo di andare sul sicuro, e infatti è così. Solito mix al plastico di suoni precisi, freddi, sintetici, chirurgici, e caos, caldo, fisico, rumoroso. Assalti in sensurround senza visual ma con uno show di luci allo stato d’arte che è una loro caratteristica da sempre, vero cinebrivido, avrebbe detto Alex-Drugo (in inglese real horrorshow, altrettanto se non più azzeccato). Il palcoscenico è una scultura luminosa su cui si vedono corpi e ombre danzanti, dei musicisti e di un cameraman che avrà sudato l’impossibile per seguire Trent nei suoi giri frenetici. Tutti scatenati: un maiuscolo Ilan Rubin, Robin Finck poderoso e scenografico, Alessandro Cortini a cucire ritmi e Atticus Ross più posato a gestire tastiere e synth. E ovviamente il nostro Reznor, mattatore stringatissimo nelle parole extra musica quanto generoso di energie profuse nel cantare, muoversi, suonare, essere il fulcro dello spettacolo.
Alcuni classici li bruciano quasi subito: le folate cybermetal di Wish, i ritmi da sincope (cardiaca) di March of the Pigs, e una liberatoria e superba Closer. Piggy in versione standard, più da disco, rispetto a quella ascoltata nelle prime tappe. Altri numeri sono riservati per il gran finale: una inarrestabile Gave Up, Head Like a Hole che deflagra come deve, le contorsioni drum’n’bass di The Perfect Drug, e come sorta di unico bis, Hurt. Il centro della scaletta è invece un lungo excursus nella produzione dei 2000 con recuperi interessanti: tre pezzi (tra cui Discipline) da The Slip, album che ho un po’ trascurato nella monografia, e un brano come Find My Way da Hesitation Marks (insieme alla più canonica Copy of A), maltrattato al tempo dell’uscita: non i dischi migliori ma un riascolto lo meritano tutto. Nulla invece da Bad Witch, il lavoro migliore degli ultimi anni (io e Trent abbiamo opinioni diverse evidentemente).
E nessun inedito, anche se qualcosa dovrebbe essere in preparazione. Però sono annotazioni contingenti. Il succo del concerto è sempre altissimo livello. C’è poi Good Soldier da Year Zero, oggetto dell’unico piccolo discorso al pubblico di Trent su quanto l’immaginario distopico del concept album del 2007 si sia rivelato profetico. E subito dopo parte I’m Afraid of Americans, con il suo omaggio a Bowie e tutti i suoi sottintesi. Che un pezzo di trent’anni fa possa risultare così attuale oggi non è purtroppo questione di sonorità.
Negli anni novanta Trent Reznor con i suoi trip techno-industrial-rock sondava gli abissi mentali, il lato più oscuro di una generazione. Ascoltarlo voleva dire guardarsi dentro, verso il punto di non ritorno. Qualcosa che inquietava e metteva alla prova. Se oggi ci sono americani che fanno più paura di Trent, non è perché qualcuno lo abbia superato espressivamente: lui non c’entra, purtroppo, e non c’entra nemmeno la musica.
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