Recensioni

Dischi così ti mettono all’angolo assieme a tutto quello che hai pensato e pensi di un disco in generale. Soprattutto, ti spingono a domandarti se davvero un disco non abbia più senso e importanza, oggi che il concetto stesso di disco sta sbiadendo nel senso comune, dove è praticamente ormai vaporizzato, tolta la commovente ritualità dei nostalgici da fiera domenicale. Il senso di un disco come unità espressiva, certo, perimetro che contiene – o tenta di contenere – un discorso sonoro connotato da un tema, da un’angolazione o banalmente da una finestra temporale. Per circa mezzo secolo, lo sapete, è stata una roba potente.
Riderless Horse è l’album con cui Nina Nastasia torna a fare musica dopo dodici anni. Dodici anni: ricordo quando ascoltai il precedente Outlaster, ricordo di averlo recensito. Era il suo sesto album e pensai che fosse un lavoro maturo, l’oscurità parzialmente domata, addomesticata in una dolcezza perniciosa, le orchestrazioni dal respiro più ampio ma intrise della consueta, disarmante afflizione. Non il suo disco migliore, ma forse – pensavo – quello che avrebbe consolidato la sua presenza nel novero delle cantautrici di riferimento degli anni Dieci. Invece, dopo Outlaster il silenzio. Il niente. Per dodici anni.
Oggi Nina racconta con una franchezza disarmante quello che è accaduto in questo iato: la relazione con Kennan Gudjonsson, suo partner sentimentale e artistico da metà anni Novanta, è entrata in un tunnel problematico, tra la personalità borderline di lui e lo scivolare sul bordo della depressione di lei. Niente musica, quindi. La relazione si è trascinata in una situazione economica precaria, tra qualche avventura lisergica di troppo, abusi psicologici e – lascia intendere lei – episodi di vera e propria violenza. Fino al 26 gennaio 2020, quando Nina ha deciso di troncare la relazione per cercare di rimettere assieme la propria interezza. Il giorno dopo Kennan si è suicidato. Poi è arrivata la grande pandemia a stendere una cappa su tutto.
Nelle sue canzoni, Nina ha sempre raccontato di spettri, mostri più o meno visibili, più o meno concreti, anime divorate da assenze, tutto un campionario di angosce dannatamente quotidiane. Non c’è mai stata in lei l’astrazione consolatoria del gotico, quel gioco di rimbalzi metaforici in una mascherata cupa: il buio, il vuoto, stanno nel rimbombo dei giorni, nello spazio inerte che circonda le relazioni, nella spietata franchezza del qui e ora. Dopo anni sofferti (eufemismo) e la decompressione seguita al lutto e al lockdown, questo suo tornare alla musica somiglia a un gesto naturale per (provare a) dire nuovamente “io”. Il che significa, certo, fare i conti con tutto ciò che è stato. Vale a dire: comprenderlo. Tracciare un perimetro, un contorno. Di un disco, ad esempio.
Riderless Horse, quindi. Chi o cosa è il cavallo senza cavaliere? La vita di Nina, oggi? Il ricordo di una vita che non è più? Le quattordici tracce – due però sono frammenti rumoristici che aprono e chiudono la scaletta, incastonandola in una dimensione raccolta, frugale – si consumano all’insegna dell’essenzialità. Voce e chitarra acustica. Stop. Steve Albini, che ha prodotto tutti i precedenti lavori di Nina, ha fatto ciò che più e meglio sa fare: avvicinarsi al cuore della cosa con rispetto, fragranza e flagranza di reato. I gradi di separazione ridotti al minimo, la sorpresa arriva dalla scrittura: dolente, certo, ma inaspettatamente leggera. Le melodie scivolano, guizzano e ti accarezzano mentre sgranano il rosario delle asprezze, esplorano la desolazione che cova nell’affetto, il codice morboso del sentimento, la sua fitta trama di abbandono, dipendenza, passione, irrazionalità, apatia.
Esigenze di mappatura formale – come impongono le regole della recensione – porterebbero a dire che si avverte la forza gravitazionale del mentore Will Oldham (ad esempio in You Were So Mad e Go Away), così come una fluidità descrittiva vagamente Suzanne Vega (Blind as Batsies, Just Stay In Bed), un languore opaco che rimanda a inquietudini Laura Marling (Lazy Road, This Is Love), tracce di fierezza indolenzita quasi Jason Molina (The Two Of Us) e soprattutto certo smarrimento poetico di ascendenza Leonard Cohen (Nature, Trust). Ma faremmo prima a descrivere queste canzoni per ciò che sono: puro e semplice cantautorato folk, come ne abbiamo già sentito a pacchi. Intenso, acuto e suggestivo, certo, ma per nulla originale, a dirla tutta neanche particolarmente brillante. Eppure: hanno senso. Un senso forte.
La domanda è: possiamo tenere fuori la vita del musicista da un disco? Siamo tenuti a farlo per giudicarne il valore, il senso (appunto)? Per farlo, cioè, obiettivamente? Stronzate. Credo che non sia giusto né possibile. Di un disco mi prendo tutto quello che si porta dentro e dietro, le sue premesse, la sua provenienza. Il punto è questo: nelle tre parole che compongono l’enunciato “ascoltare un disco” è compresa la consapevolezza di cosa si ascolta. Deve esserlo. Potrei sbagliarmi, ma credo che sia innanzitutto da qui che passa la differenza tra un ascoltatore e un utente.
In conclusione, Riderless Horse non è di per sé un grandissimo disco, ma lo è senz’altro per come affonda nella vita della sua autrice, per come se ne nutre, per il suo essere frutto di attrito, urti e cicatrizzazioni. È un disco notevole perché fa sentire – mentre ascolti – il mormorio di ciò che è stato prima di farsi musica. Perché le canzoni possono essere, tra le altre cose, un distillato di ferite, esaltazione, rancore, sconcerto, fiducia, sfiducia, eccetera. Ed è quello che sono, in effetti, queste canzoni, rimbombi di una vita che ha svoltato l’angolo, relitti strappati alla trappola di un’anima in bilico.
Per quanto riguarda Nina Nastasia, siamo tornati al punto lasciato in sospeso dodici anni fa, anche se nel frattempo tutto è cambiato. Non in meglio, verrebbe da dire: gli anni Venti non sembrano avere chissà quale bisogno di cantautori (di cantautrici) di riferimento. Ma stiamo parlando di riprendere un discorso interrotto troppo presto, che evidentemente aveva ancora molto da dire. Non esiste un momento giusto o sbagliato, è solo tempo di ricominciare.
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