Recensioni

Steve Albini ci mette la consueta flagranza di reato. La band interviene tessendo e squarciando una trama ad un tempo altera e palpitante. Ma quello che conta è lei, Nina Nastasia, la sua mestizia dolciastra e indolenzita, colta ora ad una penombra marmorina di Nico ora agli imprendibili turbamenti folk di Joni Mitchell, coadiuvando la vis da ragazza defilata alla Cat Power con i tremori gotici dei Dirty Three e le posture darkeggianti di Hope Sandoval.
Più conciso e sfumato rispetto allo splendido predecessore The Blackened Air – licenziato solo un anno fa – quest’ultimo Run To Ruin ha le movenze un’anima turbata ma consapevole, in bilico su una profondità irrisolta che pare schiudersi appena ma è già abbastanza per stringerci in una morsa vaporosa, affiancando all’incanto malsano del presente la promessa di future più stringenti lacerazioni.
Casomai tutto ciò vi sembrasse eccessivo, mi permetto di consigliarvi subito la traccia tre, quella Regrets che sembra una Suzanne Vega in equilibrio instabile sul filo che unisce (e separa) folk rappresi e sussulti ritmici jazzy, il chorus graziato da un falsetto nudo che sembra una mestizia con le ali: se non vi smuove alcunché, se non vi strappa un brivido da qualche parte nei cunicoli del cuore, ok, non fa per voi, passate ad altro, nulla di male. Viceversa, preparatevi ad una giostra tanto breve quanto intensa, disseminata di sussulti e sospensioni, sapori nomadi e acute trepidazioni. Non preoccupatevi se le luci sono spente, se il luna park è chiuso: questo giro è fatto di abbandono, di colori dileguati, di solitudine (la vostra?). Vivisezione di sentimenti esausti, in fase di vivido sfacelo.
The Body è luce liquida attraverso un intrico pungente di sensi (lo sfarfallio tattile della chitarra, il soffio ad occhi chiusi degli archi, le stille di piano). I Say That I Will Go una quadriglia insidiosa in stordente crescendo (percussioni fragranti e malsane, folate di viola, fisarmonica a sbuffi, il passo claudicante del dulcimer). On Teasing l’ipotetico approdo di una Beth Orton tra le grinfie dei Bad Seeds (la sordida cospirazione di fisarmonica, banjo, archi e piano). Superstar la narcosi folk rock su cui è bello lasciar spegnere ogni amarezza (la flemma scura della voce, il barbaglio nerolucido delle corde). You Her And Me la marcia (funebre) delle forze in gioco (picchiano asciutte e ombrose le pelli, le corde affilano il malanimo).We Never Talked un tramonto dissolvente posto in apertura (melodia discendente in brodo d’archi, come un collasso espressionhttps://www.sentireascoltare.com/sa/reviews.php?t=disc&s=3ista dei Black Heart Procession). While We Talk il mantice che tira le fila, alba amniotica in cui ogni dolore trova contorni più chiari (pennellate languide di violoncello, basse sfumature porporine tra chitarre solitarie). In chiusura.
Chi ancora ripone fede nel magister John Peel sappia che il decano di tutti i dj ha speso per Nina parole grosse così, al punto da indicarla come l’artista più importante del 2003 (nientemeno). Agli infedeli totali come il sottoscritto basti saperla capace di sfogliare il proprio abisso pagina dopo pagina, con l’inesorabilità inerme di chi asseconda un istinto e l’aria di chi ha appena cominciato. Sentiremo parlare ancora di lei. Molto
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