Recensioni

Che suono hanno l’assenza e il ricordo? Dev’essere partito più o meno da questo interrogativo Gianluca Lo Presti per confezionare il nuovo album a nome Nevica, scritto e registrato dopo la morte del padre avvenuta nel 2019, e a lui dedicato.
La risposta la troviamo nei sei brani autografi di Quanti (più una cover di Fragile dei Nine Inch Nails, che nell’immaginario che richiama ci pare comunque coerente con l’approccio fondamentalmente intimo del disco), in cui registrazioni originali della voce del genitore e di Lo Presti bambino si mescolano a una ambient-wave impalpabile almeno quanto tagliente (un paradosso? Forse sì, ma piacevole…), e a testi che riflettono sul momento del distacco – «La cena è pronta e c’è un piatto solo / l’ultima rata del funerale / nastri magnetici con la tua voce / brillanti intuizioni e progetti incompiuti / tutto si posa sopra di me», recita l’iniziale Un piatto solo – e sui passaggi successivi della vita.
Va da sé che quando la materia è tanto autobiografica, i limiti prestabiliti hanno a che fare esclusivamente con i pensieri, i sentimenti e la voglia di indagarli, in questo caso attraverso un suono dai timbri evocativi e dai crescendo piuttosto uniformi per tutta la tracklist – potremmo anche scomodare la parola post-rock, in qualche frangente – ma per indole e scelte stilistiche comunque suscettibile di cambi d’umore apprezzabili. Pensiamo ad esempio alle percussioni e alle distorsioni quasi industrial di una Buon Continuo che rappresenta forse l’episodio meno accondiscendente e più tumultuoso di tutto il programma, o magari al cantato un po’ à la Battiato di I Klaus.
Detto questo, Quanti ha tutto l’aspetto di una necessaria catarsi finalizzata a metabolizzare il giustificato dolore attraverso quel linguaggio musicale personale e costantemente in evoluzione che Lo Presti continua a ridefinire da più di vent’anni con la consueta onestà intellettuale e cura.
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