Recensioni

A inizio agosto l’arrivo di The Sandman su Netflix è stato accolto con estrema attenzione e anche con un certo pregiudizio da parte di tutti quei fan che attendevano sì da parecchio tempo una trasposizione della serie a fumetti di Neil Gaiman, ma che vedono nel colosso dello streaming praticamente il nemico di se stesso. Ultimamente era sorta una vera e propria sfiducia negli adattamenti targati Netflix, e una prova è arrivata da quell’oscenità che si è rivelata la versione live-action di Cowboy Bepop, immediatamente cancellata dallo streamer e praticamente già dimenticata da tutti quelli (pochi) che hanno avuto il coraggio di vederne gli episodi.

Non che dal lato “original” Netflix se la stia cavando meglio: lungometraggi sui quali ha puntato parecchio, vedi The Gray Man (attualmente il film più costoso realizzato per la piattaforma digitale) o Spiderhead, pur contando su discreti registi (i fratelli Russo per il primo, Joseph Kosinski, reduce dal successo di Top Gun: Maverick, per il secondo) si sono rivelati parecchio inconsistenti, per non dire quasi spazzatura da inserire per rinvigorire il consueto algoritmo, sempre a caccia di un nuovo successo (della durata massima di un weekend).

Con queste premesse, l’arrivo di The Sandman destava moltissima preoccupazione. Negli anni molti autori diversi avevano provato a realizzarne adattamenti cinematografici o seriali (alcuni sabotati dallo stesso Gaiman, perché ritenuti indegni), ma solo nel 2022 si è riusciti nell’impresa. Insieme a David S. Goyer (Il Cavaliere Oscuro) e Allan Heinberg, Gaiman quindi prende di petto l’impianto della sua serie è lo trasporta “nella realtà” con l’aiuto di un cast notevolissimo, cambiando tuttavia il contesto (la storia è ambientata ai giorni nostri, mentre nel fumetto si era alla fine degli anni Ottanta, epoca di tumulti nel Regno Unito. Sarebbe stato quindi interessante scoprire come sarebbe stata ritratta un’epoca pervasa da altrettanta agitazione sociale come l’attuale Gran Bretagna (segnata dalla Brexit e dal governo di Boris Johnson), ed è questo uno dei più grandi rimpianti del The Sandman targato Netflix.

La produzione sceglie infatti la strada più semplice, escludendo quasi del tutto il contesto sociale, politico ed economico nel quale si dipana la vicenda principale, per concentrarsi su temi più universali e su una struttura narrativa esemplificata in due macro-blocchi. Certo, non manca quella stilosità che da sempre permea gli adattamenti di Gaiman (basti pensare a Good Omens, che presto tornerà con la seconda stagione su Prime Video, o ad American Gods), e l’impalcatura visiva è sorretta da un’immaginario affascinante e non troppo invasivo. Le interpretazioni sono (quasi) tutte all’altezza: da Tom Sturridge, chiamato al difficile compito di rendere credibili le microespressioni del suo Morfeo, a un Boyd Holbrook probabilmente nel ruolo migliore in carriera, anche se a rubare la scena è David Thewlis in due episodi tra i migliori del lotto.

I dialoghi sono sempre dotati della giusta densità e la serie, come prodotto in sé, merita ampiamente la sufficienza, ma in generale l’impressione è quella che si sia rischiato il meno possibile per paura di scontentare il pubblico. Gli episodi 24 ore e Il rumore delle sue ali sono due parentesi bellissime e costituiscono una piacevole eccezione che però rende ancora più incoerente tutta l’operazione. Nel fumetto, Sandman è un personaggio relegato spesso ai margini dell’azione, ma chi avrebbe osato adattare una storia in cui il protagonista è sempre fuori campo o “slegato” dagli eventi narrati? Forse Netflix non è era la casa giusta per il Re dei Sogni, oppure sono proprio i tempi attuali che non lasciano molto margine di manovra ai sognatori e a coloro che non temono di osare…

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