Recensioni

7.2

Quest’anno fanno vent’anni da quando Nathan Fake diventò un piccolo caso discografico con Drowning In A Sea Of Love. A pubblicarlo era la disciolta Border Community di James Holden, il cui percorso nel tempo si è allontanato parecchio da quelle coordinate che dall’IDM di casa Warp avevano incontrato l’indie più elettronicamente ricettivo degli anni Zero. In comune tra i due resta l’idea di trance come rapimento ascensionale, anti-climax per definizione, un headphone escapism fatto di groove e beat sinestesici che dalle orecchie attraversano agli occhi, e quasi li puoi toccare.

Nel passato recente il producer si è mosso in autonomia con Cambria Instruments, tra la notte dronica e pulsante di Blizzards e l’ottimo Crystal Vision del 2023. Evaporator segna invece un ritorno più marcato, a partire dall’uscita su una label terza, la sempre attenta e preziosa InFiné, che lo riporta dentro una dimensione internazionale e curatoriale.

Al centro del lavoro c’è quell’“ancient Cubase setup” citato con orgoglio quasi programmatico nella press. Cubase, storico software di produzione musicale nato alla fine degli anni ’80, è stato per un’intera generazione di producer il banco di prova di un’elettronica costruita traccia su traccia, sequenza su sequenza, quando l’editing non era ancora chirurgia ma gesto, ripetizione, errore incorporato. Tornarci – e registrare molte parti in single take – rappresenta una scelta di campo precisa: privilegiare l’istinto all’architettura sonora.

Le influenze sono le solite e ingombranti: la Warp anni ’90, l’ombra lunga di Aphex Twin, la malinconia dei Boards Of Canada, ma fatte proprie, senza citazionismi. La mano di Fake si traduce in una “beautiful and starry night in the country”: ruralità cosmica, domestica e siderale insieme. Lui invece ne dà una definizione opposta, parlando di “daytime aerial music” per sottolineare il ribaltamento di prospettiva rispetto alle atmosfere esplorate in precedenza.

Entrambi gli sguardi convivono nell’opener Aiwa, uno sguardo-riflettore che scandaglia lo spazio circostante, fascio di luce che illumina dettagli, corre sulle cime degli alberi, intercetta stelle e pulviscolo. Hypercube è l’altra faccia: percussione in cadenze serrate, ascesa continua senza drop liberatorio, un basso a inspessirne i contorni e un synth a sollevare venti da ponente.

Non mancano i ritorni alle origini dei 2000: Yucon, scritta su un synth a partire da una melodia improvvisata poi lavorata fino a trovare il suo loop definitivo, utilizza un pad “corale” ottenuto campionando una singola nota di una tastierina Casio e trasformandola in un morbido tappeto armonico. Ne scaturisce un fascino pittorico che la ricongiunge idealmente alla cover di Drowning In A Sea Of Love. Il suono è granulare ed espanso; le suggestioni si fanno calde e stupefatte in Sunlight On Saturn, ambient spaziale attraversato da meraviglie pascoliane.

Bialystok è (ottima) IDM di memoria warpiana: sabbiata, orbitale, umana, con un ricordo ’80s che nel finale insiste sui bassi aprendo a un retrogusto sci-fi. The Ice House è invece un carillon sospeso nel vuoto, suoni vetrosi e uno shaker che scandisce il tempo come lancette di un orologio cosmico. In Slow Yamaha il groove è risciacquato nel silicio, l’andamento a spirale, calamita di note sintetiche in free form che maturano in una synth wave distesa e meditativa.

Le collaborazioni ampliano il quadro senza snaturarlo. Baltasound, con Dextro (Ewan MacKenzie), imbocca la via di una power ambient ad alta saturazione: un volo in quota, accanto a motori e distese di nubi illuminate. Orbiting Meadows, con Clark, all’opposto, è raccolta e cinematica, uno sguardo alle stelle rimanendo nel calore delle mura di casa.

Beat artigianali, texture vive, sound & vision. Evaporator non è forse ispirato come il suo predecessore, ma resta la testimonianza di un artista ancora profondamente coinvolto e appassionato della propria materia.

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