Recensioni

All’entrata ti danno i tappi per le orecchie. Detto questo, detto tutto. D’altronde Kevin Shields è un pazzo, ma questo forse lo sapevate già. Quello che invece potete solo immaginare (senza però mai potersi avvicinare alla reale portata della cosa), è che un concerto dei risorti My Bloody Valentine non è soltanto un evento – per certi versi, l’Evento live di questo 2008 -; è un’esperienza sconvolgente, da internamento post-live, reparto audiolesi. Avete presente il frastuono della turbina di un jet? In confronto a quello a cui il sottoscritto è stato sottoposto nei trenta minuti finali del set, è la filarmonica di Vienna. Ma, come si dice?, andiamo per ordine.
È la terza serata di cinque consecutive, alla Roundhouse. Il debutto vero e proprio è stato il 13 giugno – dopo sedici anni di stop, mica niente – ma si respira ancora l’aria della “prima”. Noti subito che sul palco, relativamente piccolo, ci sono otto amplificatori. Otto. Quattro sono soltanto per la chitarra di Shields. Promette bene, mi dico, mentre aspetto l’opening act.
Invece dei previsti Le Volume Courbe, sale sul palco ‘sto tipo improbabile: ciuffo alla Gene Vincent, movenze da Elvis e giacca di Johnny Cash, sembrerebbe proprio uno di quei busker attempati e irriducibili che becchi fra le bancarelle del mercatino di Camden, chitarra e ampli portatile sottobraccio. Qualche secondo e mi rendo conto che è lo stesso tizio che avevo notato aggirarsi davanti alla venue mentre eravamo in fila. Incredibile. Quest’uomo, il cui nome mi è tuttora oscuro (il velocissimo biascicare, probabilmente americano, non ha aiutato), oscilla per 20 minuti scarsi fra parodia e leggenda, attaccando – anche con discreta tecnica chitarristica e vocale – classiconi del rock’n’roll tipo Suspicious Minds e Get Rhythm. Idolo all’istante.
Comincio a farmi convinto che Shields dev’essere proprio fuso, se recluta spalle del genere. Ancora non ho visto niente. Infatti, poco dopo è davvero il momento dei Le Volume Courbe, supporter designati della serata (sfiga vuole che la sera prima ci sia stato Sonic Boom, e che l’indomani tocchi a Graham Coxon. Ma non si può avere tutto dalla vita). Non li avevo mai sentiti nominare: mi vengono descritti come pop acustico da camera. Da cameretta, direi, visto che si tratta dello spettacolo più twee a cui abbia mai assistito – che non è propriamente un complimento, quando l’ingenuità diventa imbarazzante: aria timidissima, svagata e svampita, da gruppo del liceo alla seconda esibizione; hanno tutti l’aria di essere molto giovani, dalla brunetta e statica frontwoman alla bionda violinista in candida tunica, fino a chitarrista e batterista che, nonostante l’apparente anagrafe, sembrano gli unici ad avere idea di ciò che fanno. Il bassista, nerdissimo (allampanato e oltremodo secco, riccioletti afro, maglietta attillata a righine e jeans coi risvolti), era visibilmente più anziano e suonava come avesse imparato i pezzi (e lo strumento) mezz’ora prima; eppure, mi dico, ha un’aria familiare. Sulle prime avevo pensato a Screech di Bayside School, ma poi scoprirò con orrore e sgomento si tratta di Doug Hart, membro fondatore dei Jesus And Mary Chain (dagli esordi al 1991). Mascella giù fino al pavimento. D’altronde Charlotte Marionneau, la francesina titolare del progetto, è stata da subito coccolatissima sia dagli stessi MBV sia da gente come Hope Sandoval e – addirittura – Patti Smith. Devo essermi perso qualcosa, penso, anche perché (si sarà capito) l’impressione che arriva dal palco è comunque quella di un act tutt’altro che memorabile, pur con le sue sprizzate di noise vecchio stile alla Velvet Underground, gli infantilismi à la The Pastels, le melodie fragili fragili e titoli da antologia come I Killed My Best Friend.
By the way, non c’è tempo di ragionarci sopra: arriva il momento del main act, mentre i tizi della security ricordano insistentemente di infilarsi i tappi nelle orecchie. Hanno ragione. Sin dai primi twang di I Only Said veniamo investiti dal proverbiale muro di suono; forte, sì, ma tutto sommato tollerabile, se confrontato a quanto il destino ha in serbo per noi ignari avventori.
Rigorosamente sul lato destro del palco, Kevin Shields è più o meno come ce lo ricordavamo (forse solo un po’ più pienotto, oltre che inizialmente occhialuto); Colm O’Ciosoig tende al femminile – e, di converso, Debbie Googe al mascolino spinto –, mentre Bilinda Butcher, quasi immobile per tutto il gig, è quella sognante e stralunata di sempre. Il leader, ça va sans dire, è anche il maestro di cerimonia: cambia una Jaguar per ogni pezzo, strapazza la leva del vibrato come nessun altro al mondo (glide guitar, che goduria) e domina la scena, cantando quasi ogni canzone, avvolto in un vortice di luci strobo e fumo. Che la macchina da guerra sia rimasta in stand-by per più di tre lustri si vede e si sente: qualche attacco è ancora incerto, e viene interrotto un brano dopo qualche strofa. Come prevedibile, la setlist non offre novità (qualcuno ancora crede alla barzelletta del disco nuovo? Ha ha ha), alternando le luccicanze assordanti di Loveless (Only Shallow, When You Sleep) alla crudezza melodica di Isn’t Anything (When You Wake Up You’re Still In A Dream, Nothing Much To Lose, Feed Me With Your Kiss, una suggestiva Lose My Breath), con qualche puntata dagli EP (Honey Power, Thorn, Slow).
La magia, in ogni caso, è assicurata: il sound e il repertorio sono quelli che sono, e l’allestimento scenico – un telo bianco su cui vengono proiettati visual ad effetto, tra cui alcuni spezzoni ’60 che ricordano Mario Bava – e il light show non sono affatto da meno. Possibilmente negli spazi aperti dei prossimi mega-festival estivi la resa sarà differente; ma questi ed altri pensieri saranno spazzati via una volta arrivati al pezzo forte della serata: dopo le tiratissime Soon – Roundhouse intera che balla – e Sueisfine, i quattro attaccano You Made Me Realise, forse l’inno indie-shoegaze per eccellenza. Ed ecco che, dopo il secondo ritornello, le luci si abbassano e dal muro di amplificatori parte in crescendo un’ondata di suono – anzi, uno tsunami – che ci investe in pieno, fisicamente, facendo vibrare pelle, denti, capelli, vestiti, budella, tutto. Un reattore nucleare? No, i quattro che smartellano pervicaci sugli strumenti, aiutati da watt, decibel ed effettistica assortita. Non bastasse: strobo a manetta, a rischio attacco epilettico. Pazzesco. Durerà quasi mezz’ora, con la band che continua impassibile il folle e sadico rituale e il pubblico sempre più provato, ai limiti della resistenza fisica e psicologica; un’esperienza traumatizzante (analoga ai disagi indotti dai Throbbing Gristle), ma – una volta sopravvissuti – definitivamente esaltante. A un certo punto attaccheranno anche la parte finale del pezzo, ma il ronzio nella sala è tale che quasi non ce ne accorgiamo. Altri due minuti di turbina, poi il silenzio.
Definitivo. Niente bis.
Leggenda.
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