Recensioni
Quando li vedemmo, quella volta a Barcellona, si era compiuto il miracolo, di quelli (dieci nella vita) che potremmo chiamare live assoluti. Nessuno credeva davvero nel ritorno di MBV, forse neanche i MBV stessi, in coscienza.
Kevin e soci erano ascetici, come si confà a chi sta suonando un live di quel tenore. Il contesto era acusticamente ideale, da audiofili, l’auditori sotto l’edificio di Herzog e De Meuron, al Forum, durante il Primavera Sound coevo alla reunion. Tale poteva essere: riprendere un discorso lì dov’era, e richiuderlo per sempre. I tappi erano consegnati all’ingresso, e pur mettendoli nelle orecchie i volumi erano intollerabili. La coda, il celebre reattore dei live di MBV, fece il deserto: nessuno riuscì a sopportare la mezzora di decollo finale, straziante per i timpani.
Il punto è l’assoluto, quel concerto che è un evento nella vicenda non solo artistica ma culturale, esistenziale, dell’ascoltatore. L’assoluto è quel momento che crea uno scarto, che cambia il fruitore; dopo qualcosa è diverso. Al netto dell’impianto nemmeno paragonabile dell’Estragon di Bologna, e del pubblico forse a tratti più smaliziato dalla recente uscita di mbv, poche cose di questo concerto hanno ricordato quello statement musicale intatto, perfetto.
Di certo i My Bloody di oggi sono meno intransigenti, non solo per i volumi. Il live di Bologna ha dimostrato un’attenzione verso il pubblico che prima, nella distanza siderale tra quello e la concentrazione dei musicisti, non sembrava possibile. Ci siamo abituati a pensare i MBV suonare per sé, anzi per un’estasi concentrata solo sul proprio rito del rumore, massimalista. Oggi il concerto è una carrellata sulla carriera della band, diciamo dagli EP fine ottanta al terzo disco. Non è più l’espansione del monumento Loveless. Il reattore di cui sopra è sostenibile e limitato nel tempo, compreso in You Made Me Realise. Di conseguenza finale non è più infinito ma segue il copione della chiusura dell’ultimo album (Wonder 2, unico pezzo di mbv che non impallidisce di fronte alla produzione precedente). Il suono è roboante ma meno stratificato (fa eccezione To Here Knows When, estatica come sempre), centrato sulla chitarra protagonista, quella sì micidiale per effetti, a volte impressionante per potenza e presenza (Only Shallow).
Più che le voci – al solito basse, quasi nascoste, e forse più del solito, un sussurro nel maelstrom (ma quello è marchio di fabbrica, acuito forse dall’impianto del locale) – stranisce però uno Shields che domina la scena con la propria seicorde, senza evidentemente essere credibile, come star – vedi la banalizzazione / caricatura di Come In Alone, di fatto asciugata attorno alla chitarra.
Stringendo il discorso, si è sentito nel live bolognese la questione dell’adattamento, che nei live precedenti (scorrere Youtube per credere) era pressoché assente, ossia si è percepita la distanza tra lo studio e il palco. Come se il secondo fosse un sottoprodotto del primo. I My Bloody Valentine sono diventati una eccellente rock band psichedelica e noise, da tradizione. Come per le grandi band, ogni concerto è un evento, ma ripetibile, non L’evento. L’assoluto è distante perché non esistono le distanze, nell’assoluto.
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