Recensioni

A Manchester il fascino decandente dei grigi contorni industriali va di pari passo con i ricordi musicali e le annesse celebrazioni. Perchè se i colori hip-vintage del Northern Quarter e un live di Kilo Kish+The Internet (support band mostruosa) possono dare un impulso di contemporaneità, quando passi tre ore con Craig Gill – il batterista degli Inspiral Carpets, ma ora anche guida turistica del Manchester Music Tours – e finisci in un locale – il South – popolato principalmente da reduci degli anni ’80 che osannano un attempato Clint Boon in regia, capisci che la vera Manchester rimane e rimarrà sempre quella del periodo Factory Records e della Haçienda.

I My Bloody Valentine non erano parte di quella scena, ma tra tutti i recenti ritorni – discografici o meno – del pre-Cool Britannia (Stone Roses, House Of Love, le sirene perdute dei New Order o gli stessi Inspiral Carpets), quello di Kevin Shields e compagni è quello che rimarrà maggiormente impresso nella mente degli appassionati. In quel di Manchester, vento gelido e particolari fiocchi di neve rendono l’atmosfera pre-concerto decisamente unica e un piccolo pub a fianco dell’O2 Apollo diventa l’unico rifugio/salvezza nell’attesa che finisca il soundcheck e che vengano aperte le porte. Una volta dentro ci si rende subito conto che con il frastuono armonico e celeste è meglio non scherzare: l’organizzazione ci tiene ad avvisare, attraverso appositi fogli che tappezzano le pareti interne dell’O2, che gli “Earplugs are available EVERYWHERE!”, ovvero “noi vi abbiamo avvertiti”. La band di supporto – non i Le Volume Corbe come previsto, ma i Dirt Blue Gene – aiutano a tranquillizzare l’attesa densa d’ansia attraverso un mix di Pink Floyd e slow-country americano. Sono amici di Kevin o almeno così si diceva in giro.

Poi – dopo una pausa discretamente lunga – entrano in scena i My Bloody Valentine (Kevin Shields dopo qualche secondo, giusto per mettere le cose in chiaro). Bastano pochi secondi per capire che senza earplugs risulta realmente difficile resistere ai decibel sparati dal numero smisurato di amplificatori, dei quali almeno cinque dedicati Shields. La formazione di Dublino va subito a pescare dal suo masterpiace assoluto – Loveless – mettendo ad inizio scaletta l’accoppiata I Only Said e When You Sleep in cui praticamente diventa impossibile riuscire a distinguere le linee vocali, già più evidenti invece ad iniziare dalla terza traccia – la prima delle tre facenti parte di mbv –  New You. Bisogna però aspettare la scossa adrenalinica dettata dai beat schizoidi di Colm Ó Cíosóig di You Never Should per entrare completamente nel mood giusto, fino a quel momento ancora un po’ freddino.

Bilinda è una statua, Debbie accenna a qualche teatralità di tanto in tanto mentre Kevin sembra sempre piuttosto irrequieto – con marameo al pubblico incluso – nella sua meticolosità sonica. Lui al termine di ogni brano rispetta l’intimo rituale del cambio di chitarra, compresa l’acustica (si fa per dire…) sfoggiata in occasione di Cigarette in Your Bed, uno dei momenti emozionali più alti del set, tra dissonanze cosmiche da pelle d’oca e l’etereo impalpabile che prende il volo. La tastierista e quinto membro aggiunto, che interviene soprattutto in occasione dei brani dell’ultimo album, dona quell’immagine di band rodata, ormai abituata – dalla precedente live reunion – ai grandi palchi e ai visual d’alto impatto (alcuni sono gli stessi di qualche anno fa). Se devo essere sincero vedere la band di culto per eccellenza e famosa per le sonorità respingenti al grande pubblico, suonare in un contesto come quello delle grandi platee, crea una situazione visiva abbastanza particolare. Shoegaze nel 2013 con tour fissati negli stessi luoghi in cui cantano le star scala-classifiche? Chi l’avrebbe detto venticinque anni fa? In linea con queste considerazioni, i boati che hanno accolto le note delle due “hit” Only Shallow e Soon. Dopotutto una scaletta best-of (Sometimes esclusa) di questo tipo dopo quasi trent’anni di carriera se la possono permettere solo loro, anche grazie alla pausa discografica 1991-2013.

La simbiosi palco-pubblico (tra l’altro decisamente eterogeneo) si trasforma in due volti differenti: quello degli accenni di pogo delle prime file – durante i brani più tirati (quelli della Isn’t Anything-era) – e quello della contemplazione mistica per chi ha preferito godersi il concerto dalle retrovie o dalle comode poltrone della galleria. Ma l’interazione finisce lì: le parole stanno a zero, giusto Bilinda si fa scappare qualche timido sorriso. Il trittico finale non lascia scampo: Feed Me With Your Kiss (qualche problemino in apertura, non si parte fino a quando il grande maestro non è perfettamente pronto), You Made Me Realise e Wonder 2 in sequenza. I 130dB raggiunti durante l’ormai leggendaria “Holocaust Section” di You Made Me Realise – ad occhio accorciata tra i cinque e i dieci minuti, sono tutt’altro che sofferenza soprattutto se ci si lascia avvolgere dal muro sonoro. Il motto è chiaramente “facciamo più rumore possibile” con Colm Ó Cíosóig che pesta la cassa e sbandiera i crash, le chitarre spianate con foga e Kevin a testa bassa (eh beh…) per svincolarsi tra i vari pedali. I visual aumentano la sensazione di star assistendo ad un vero e proprio esperimento sonoro: nella parte finale dell’Holocaust le luci e immagini randomiche prendono all’improvviso la forma di linee bianche su sfondo nero. Come a dire “si è raggiunto un limite invalicabile”. Ancora forse da rodare a livello di timing è Wonder 2: i beat jungle/DnB e il jet-sound di base sono pre-registrati e ad aggiungere l’ennesimo layer chitarristico è lo stesso Colm che per l’occasione abbandona la sua postazione dietro alle pelli. L’aereo che decolla in direzione Londra mette fine ad oltre un ora e mezza di distorsioni (s)travolgenti.

Due sere dopo all’Hammersmith Apollo è tutto pronto per la prima serata della doppia data londinese. Il freddo è lo stesso – forse un po’ meno intenso – ma già dalla fila per entrare si possono notare alcune differenze rispetto all’atmosfera mancuniana. Il pubblico qui è generalmente più giovane e attento al look, la sensazione di stare per assistere ad un vero evento cittadino è probabilmente più palpabile. Il maestoso Hammersmith poi ci mette del suo. Diversa l’atmosfera (la security scherza continuando ad offrire tappi “anche se li hai già, prendine ancora”), diverso il pubblico (comprese due improvvisate ballerine in galleria durante Soon) e diverso anche il suono sprigionato. Uguale invece la scaletta. Praticamente nessuna variazione se non una Holocaust Section leggermente più lunga e un Kevin apparentemente più rilassato. La voce, pur rimanendo ovattata sotto cento strati di feedback, era probabilmente settata meglio rispetto a Manchester, soprattutto nelle prime due tracce, evidenziando qualche stecca proveniente da una Bilinda in completo azzurro. Le vogliamo bene lo stesso. Per il resto i volumi pro-audiolesionismo puntavono costantemente alla saturazione con momenti di estasi assoluta: il trucco durante To Here Knows When è quello di fissare la zona centrale dei visual per tutta la durata del pezzo e farsi cullare dal lungo loop finale. Giri vocali come questo e chitarristici come quello di Only Tomorrow potrebbero durare anche ore una volta entrati nel loop.

Quello dei My Bloody Valentine è forse un viaggio da fare in solitara in cuffia – il continuo ed incessante via vai di gente in galleria rischiava di distrarre – ma l’esperienza live è da provare almeno una volta nella vita. Veramente indescrivibile. Le due date italiane sono un’occasione da non lasciarsi assolutamente scappare.

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