Recensioni

Disco lungo numero sei per i Mùm dopo ben quattro anni di silenzio, tanti ne sono passati da quel Sing Along to Songs You Don’t Know che li vedeva cimentarsi con un indie pop molto più banale di quanto potessimo attenderci. Insomma, dei principali fautori della folktronica – fenomeno transitorio ma indelebile – sembrava non fosse rimasta che una combriccola di ex-ragazzi con la sacrosanta voglia di monetizzare la fama in modo non molto interessante. Questo Smilewound aggiunge nuovi particolari alla vicenda, obbligandoci a rivedere un po’ di cose.
Innanzitutto, la compagine guidata da Gunnar Örn Tynes e Örvar Þóreyjarson Smárason non rinnega nulla del proprio passato, anzi forse mai come oggi sembra farsene carico, reinvestendo l’inventiva giocosa (anche nel senso di videogame) dei primissimi tempi (che abbiamo potuto apprezzare nella raccolta Early Birds), gli espedienti fragranti altezza Finally We Are No One e l’immediatezza delle ultime prove alla luce di un estro melodico sensibilmente ringalluzzito. Il risultato è un lavoro che torna a fare sintesi anziché mera rifrittura o deviazioni aggratis, ipotizzando così un credibile synth-pop per gli anni Dieci. Tutto ciò con la densità e la disinvoltura di una band navigata ma ancora tutto sommato giovane, come dimostra la verve dreamy irrequieta di When Girls Collide (come una versione caramellata dei Lali Puna), lo zucchero filato Sigur Ròs in fregola polifonica di Sweet Impressions, la tensione cinematica à la dEUS tra mantici esotici e chincaglieria giocosa di One Smile, oppure quella sorta di trip hop adolescenziale screziato drum’n’bass di Toothwheels.
Tra gli aspetti più interessanti c’è l’utilizzo delle voci, tutte femminili, a proposito delle quali va registrato il rientro nei ranghi della “gemella” Gyða Valtýsdóttir: duetti che mettono in scena un delizioso contrasto tra fiabesco e consapevolezza, tra sogno infantile e disincanto adulto, vedi soprattutto il passo di bambagia tra downtempo e wave di Slow Down. Contrariamente alle (mie personali) attese, questo album è un piccolo miracolo di freschezza, come già lo era il singolo Whistle (dalla soundtrack del film Jack & Diane) qui posto a sigillare la scaletta, un errebì androide posterizzato arty capace di non farsi sopraffare dall’ospitata clamorosa di Kylie Minogue. La leggerezza spesso è un abbaglio, talvolta una chiave alla fine di un lungo percorso.
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