Recensioni

6.3

Non so quanto la folktronica sia stata episodica o nodale, di certo ne abbiamo parlato molto e continuiamo a farlo, a rintracciarne usi e forme nell'attualità. Passata di moda, metabolizzata, filtrata nel comune immaginario pop-rock per diventare humus sonoro diffusissimo: più che un genere, la folktronica è stato un frangente, una declinazione. E ha trovato una delle sue espressioni più compiute nei primi due dischi degli islandesi Múm. I quali dal canto loro ritennero di avere esaurito tutto quanto c'era da dire in materia col capolavoro Finally We are No One, anno 2002, tant'è che decisero di mettersi a sgranare la pannocchia indie fin dal successivo Summer Make Good. Tanto dimenticabili da lì in avanti come indelebili furono i due anni tra l'esordio Yesterday Was Dramatic – Today Is Ok ed il suddetto sophomore.

Oggi la Morr ci offre la possibilità di sbirciare il tirocinio che ha preceduto la perfezione di quel doppio colpo, confezionando in questo Early Birds quindici tracce incise tra il '98 ed il 2000, edite finora su cassette o vinili di non facile reperibilità, e c'è pure spazio per una "previously unreleased". Scopriamo così che i primi vagiti Múm – inizialmente un duo formato da Gunnar Örn Tynes e Örvar Þóreyjarson Smárason – erano all'insegna di un drum'n'bass di marzapane, piuttosto didascalico nella reiterazione di riffettini elementari (Póst póstmaður), ingegnoso nel rendere zuzzurellone l'influsso kraut (Insert Coin, concepita per un videogame) e abile a baloccarsi tra rigurgiti synth-wave vagamente Notwist  (l'inedita Hvernig á að særa vini sína). L'attitudine per le fragranze pastello delle tastierine, degli organetti, dei vibrafoni e via discorrendo c'è (Glerbrot, Gingúrt) ma inizialmente sembra limitarsi sullo sfondo a fare filigrana, per poi sbocciare – previo anche l'ingresso delle gemelle Gyða e Kristín Anna Valtýsdóttir, pianista l'una e violoncellista l'altra – sul filo di una fragrante ambiguità, vedi le trombe e gli archi simulati/reali in Náttúrúbúrú, lo svolgersi tra androide e bucolico di Loksins erum við engin, la pastosità calda di violoncello e diamonica che umanizza la trama drum'n'bass in 0,000Orð

Per arrivare quindi alla conclusiva Enginn vildi hlusta á fiðlunginn, því strengir hans vóru slitnir, che tra field recordings e viluppi vaporosi di tastiera mise a punto l'ordito perfetto per gli impagabili quadretti successivi. Diciamolo: non ci sono episodi folgoranti che obblighino a rivedere il bilancio sui Múm. Però è un documento importante perché lascia intravedere un movente – forse il principale – della folktronica, ovvero il movimento assieme ingenuo e ingegneristico della prima generazione digital-addicted verso il recupero della dimensione espressiva analogica, con tutta la discordanza di background, mezzi, sensibilità e punti di vista del caso. Da cui risultò quella toccante inconsistenza da avatar del reale.

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