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I Múm del quarto album sono fautori di folk sempre meno -tronici e più pop, in direzione squinternata e arbitraria come insegnano i loro connazionali Sigur Rós quando s’imbizzarriscono di filastrocche bucoliche e giocose (vedi il subbuglio nonsense di Hullaballabalú e Kay-ray-ku-ku-ko-kex, quest’ultimo invaghito di trip-hopperie quasi Eels). Oppure, al contempo, coinvolti in un lirismo pastorale che non puoi non ricondurre ai capisaldi Polyphonic Spree (palpabili nella setosa Show Me, contagiati da krauterie Stereolab nella ludica Sing Along).

Molto di questa (mezza) rivoluzione copernicana si deve alla nuova vocalist Sigurlaug Gísladóttir, dotata di timbro vellutato e impostazione ben più canonica di chi l’ha preceduta. Tanto che il frugale luccichio di If I Were A Fish finisce per scomodare i Lali Puna più soft, mentre quella specie di vaudeville-errebì di Prophecies & Reversed Memories denuncia addirittura striscianti movenze Belle And Sebastian (chiudendo in tal modo strani cerchi… iconografici). I Mùm, ovvero i di loro timonieri Gunnar e Örvar, hanno evidentemente annusato l’aria e deciso per la sterzata salvifica, già abbozzata nel più fervido e confuso Go Go Smear My Poison Ivy, Let Your Crooked Hands Be Holy di due anni orsono. Però, ahimé, non è il caso di alimentare illusioni.

Questo disco sfoggia sì una sapienza sonora rispettabile, capace di giustapporre (gli archi sontuosi, la tastiera Ryuichi Sakamoto e i palpiti bjorkiani di A River Don’t Stop To Breathe, la bossa videogame tra brume di moog e folate di violino in The Smell of Today Is Sweet Like Breastmilk In The Wind) e minimizzare (il lirismo etereo di Ladies of the New Century, la pastorale drakeiana di Last Shapes of Never), ma appunto non smette un istante di sembrare una parata di espedienti e gradevoli intuizioni. Pop che simula profondità, struggimento, ispirazione. A tratti delizioso, ma implacabilmente a rimorchio dei tempi.

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