Recensioni

Come spesso accade quando dobbiamo fare i conti coi lavori nuovi di band che sono in giro da almeno un quarto di secolo, la valutazione finisce per essere anche un bilancio. E, quindi, una ri-valutazione, che deve tenere conto della profondità storica e applicarla ai contesti. Insomma, tutto un dialogare di passato e presente, un riassestamento dei contorni che talvolta si spinge fino a rimescolare senso e sostanza. Nel caso specifico, viene da chiedersi cosa ascoltiamo quando ascoltiamo i Múm, considerato come suonano oggi e come suonavano negli anni in cui si consumava lo strano passaggio da vecchio a nuovo secolo.
Sintetizzando al massimo, i loro primi lavori facevano pensare a una band da cameretta, ma una cameretta speciale, che galleggiava in assenza di gravità nel ventre opaco di un’epoca sul punto di mettere in crisi un bel po’ di paradigmi. La chiave di volta espressiva era collocata sulla linea di confine tra analogico e digitale, dove l’uno confluiva nell’altro, mescolandosi in una sostanza ibrida, dalle ramificazioni e irradiazioni inedite. La band islandese non era certo sola a impegnarsi in quel tipo di indagine, anzi si può dire che all’epoca fosse un’attività piuttosto diffusa. Di peculiare però nel loro approccio c’era la prossimità dello sguardo, quell’accartocciarsi soffice e indolenzito in una dimensione raccolta, così intima eppure in qualche modo piena di varchi, consapevole di rappresentare un rifugio però fragile, vulnerabile, poroso.
Le loro canzoni insomma accadevano a pochi millimetri dalla rivoluzione in corso, vale a dire dal contagio del digitale che andava propagandosi a ogni aspetto del vivere. E di ciò si facevano carico, anche con coraggio, tentando di dare forma a una sorta di fragranza sintetica, come se l’elettronica possedesse una sua vibrazione vitale implicita, come se calandosi in ogni aspetto del quotidiano avesse ormai acquisito una dimensione organica, almeno a livello di percezione. A pensarci bene, nella filigrana di quelle canzoni – di quei dischi – si nascondeva un messaggio al tempo stesso rassicurante e terribile.
Lungo gli anni, che ve lo dico a fare, lo scenario è mutato considerevolmente. Dal canto loro, i Múm hanno portato avanti la loro carriera con modalità tutt’altro che continua, nel senso che quasi metà – dal buon Smilewound del 2013 a oggi – dei suddetti venticinque anni di esistenza sono passati senza novità discografiche. Non c’è da stupirsi quindi se, al netto dei cambi in organico (parliamo comunque di un collettivo che da sempre ruota attorno ai fondatori Örvar Þóreyjarson Smárason e Gunnar Örn Tynes), il qui presente settimo album evidenzi modifiche tanto formali che sostanziali al loro codice espressivo.
Le otto tracce di History of Silence raccontano infatti un “raccoglimento destrutturato” simile a quello degli esordi, nel quale tuttavia la componente digitale appare come metabolizzata in una calligrafia semi-acustica con declinazioni cameristiche e persino jazz. Sono ballate che definiscono la propria fisionomia da uno stato di esitazione, dove ogni particella di meraviglia nasce da un ritrarsi sulla soglia del presente, oltre la quale il mondo impazzisce e il senso si frantuma. La quiete che trasmettono non è pacifica, ma presuppone tutto quello da cui intendono rimarcare distanza, ciò da cui vogliono disperatamente isolarsi.
Il fatto che le incisioni siano iniziate presso il Sudestudio di Guagnano, provincia di Lecce, probabilmente è qualcosa in più di una nota informativa: forse spiega qualcosa di quella ricerca di una dimensione decentrata, al riparo da ritmi e pattern standard, che trasuda poi dalla versione definitiva dei pezzi. I quali suonano al tempo stesso familiari e inconsueti, in bilico tra bassa fedeltà e definizione capillare, teneramente fuori asse anche rispetto a se stessi. Quasi che intendano sottrarsi a un profilo standard, a una forma solida e riconoscibile. Sono piccoli incantesimi esausti, ninne nanne dai margini della notte, allucinazioni senza prompt.
Già l’iniziale Miss You Dance stabilisce la temperatura, il passo, la densità dell’aria: il piano che sdrucciola ugge latine, una pulsazione sintetica ombrosa, sbuffi di tastiere sfrangiate, archi pizzicati e a folate dense, l’elettronica che rosicchia le intercapedini e le voci che appaiono improvvise in un ritornello (è un ritornello?) pervaso di delicatezza indolenzita quasi Notwist, il tutto sospeso su una palpitante inconsistenza. Che pure sedimenta in una canzone vera e propria, un po’ come fanno i successivi tre pezzi, definendo un ideale lato A tutto sommato canonico, sia pure nei termini appena descritti.
Nell’ordine: Kill the Light incede in una penombra trepida affidandosi al falsetto garzato di Gyða Valtýsdóttir, prima di sbocciare in un bozzolo acrilico di tastiere, dando la stura a un tripudio che si spegne sul punto di decollare; Mild at Heart si infila nello stesso solco, ovvero con tenerezza minimale che sembra quasi preoccuparsi di non urtare cose e spostare aria, la ritmica un tramestio ibrido, le timbriche spaesate al punto che non sai dove finisca il digitale e inizi l’analogico; infine Avignon, in sella a un piano discreto e cinematico dall’andamento singhiozzante, altra melodia chiaroscurale spinta da un trasporto tra il dimesso e lo stupefatto.
A questo punto qualcosa si incrina: nella seconda parte affiora cioè un quadro meno definito e stabile, i contorni si sfaldano e le canzoni sembrano un po’ meno canzoni, emergendo come bozze ipnotiche, non prive proprio per questo di un certo fascino. Si senta la giocoleria fantasmatica di Only Songbirds Have a Sweet Tooth, con la sua trama elettronica vintage intorpidita e la vocazione soul quasi fanciullesca (viene da immaginarsi i Black Country, New Road sul punto di appisolarsi nella stanza dei giochi dei The Books), oppure il languore sgomento di I Like to Shake (la voce disincantata di Valtýsdóttir tra vampe bluesy e jazz rappreso), mentre nel mezzo si consumano il malanimo impressionista di Our Love is Distorting (contiene echi psych-cinematici quasi Mercury Rev) e il trasporto desertico di A Dry Heart Needs no Winding (calda scia di chitarra tra brontolii sabbiosi e caligini sintetiche, come ti aspetteresti dai Calexico narcotizzati in un crepuscolo androide).
Sono ancora i Múm, quindi, ma gettati in un tempo – in un mondo – che ha bisogno di aggiustare il vocabolario per essere sensatamente raccontato. Ecco, la loro musica oggi suona come qualcosa che si sta aggiustando. Quanto alla loro discografia, viene la tentazione di re-interpretarla – ma forse un po’ lo pensavamo già allora – come un tentativo di seguire il filo del digitale mentre progressivamente sprofonda nelle nostre vite, cambiando equilibri e rompendo vecchi meccanismi, rimodellando così il modo di pensare noi stessi, di pensarci nel mondo, di pensare il mondo.
Certo, questo disco è soltanto un disco. Che sembra oltretutto non fare granché per conquistare il centro della scena, prediligendo al contrario una prospettiva defilata, o almeno qualche passo oltre la portata dell’artiglieria mediatica. Eppure, con la sua luce fioca da lanterna magica, coi suoi teatrini strabilianti per sottrazione, riesce a essere qualcosa in più di una mezz’ora di intrattenimento sonoro. Al suo cuore c’è come un invito urgente e struggente a ristrutturare la consapevolezza di sé, a partire da certe preziose, anomale e inafferrabili particelle di stupore. In cui siamo, sempre meno consapevolmente, immersi.
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